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La tragedia della Sea Watch 3, a Scicli l’ultimo saluto al piccolo Great

Nella chiesa di San Giovanni le esequie del bambino di circa due anni e mezzo morto annegato nel Mediterraneo, e il cui corpo è stato poi ripescato da un volontario della ONG Sea Watch. Il suo corpicino, vestito da alcune persone del posto, è stato chiuso in una bara bianca, poi adagiata su un drappo rosso

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Si chiamava Great, ma “grande” non ci diventerà mai. E’ morto annegato nel Mediterraneo a due anni e mezzo il piccolo nigeriano salpato dalle coste libiche con la mamma e il papà, che sarebbe anche lui tra le vittime del naufragio insieme ad un numero imprecisato di immigrati. Il suo corpicino, vestito da alcune persone del posto profondamente toccate dalla tragedia, è stato chiuso in una bara bianca adagiata su un tappeto rosso. Sopra di essa è stato deposto un cuscino di margherite a forma di cuore. I funerali sono stati celebrati questa mattina, nella chiesa di San Giovanni, a Scicli, e sono stati gli studenti del liceo Cataudella ad accompagnare la piccola bara all’interno dell’edificio religioso.

La madre era in prima fila, e ha finito le lacrime. Presente anche il dottor Vincenzo Morello, il medico dell’Asp che storicamente corre ogni volta che c’è da salvare e visitare i migranti. C’è salito, lui, sulla Sea Watch 3 mercoledì scorso, quando la nave è finalmente approdata al porto di Pozzallo con circa 60 superstiti e il cadavere del bimbo. A celebrare le esequie è stato il vicario foraneo, padre Ignazio La China. In chiesa anche il Sindaco di Scicli, Enzo Giannone, il viceprefetto Concetta Caruso, i rappresentanti delle forze dell’ordine e l’ex sindaco di Pozzallo, Luigi Ammatuna.

La tragedia della Sea Watch 3 è balzata alle cronache nazionali per via del racconto del volontario Gennaro Giudetti, il mediatore culturale della ONG tedesca Sea Watch che ha preso parte alle operazioni di soccorso in mare e che ha materialmente recuperato il corpicino del bambino quando non c’era già più nulla da fare. Le sue parole sono state terribili, un atto d’accusa verso la Guardia Costiera libica che, attraverso delle operazioni pagate anche dal governo italiano, dovrebbe salvare le vite dei migranti messi sulle carrette del mare e sui gommoni da trafficanti senza scrupoli.

Non mi sono sentito di lasciarlo in acqua – ha raccontato – perché avevo la mamma di fianco che piangeva straziata: è stato come toccare il fondo dell’umanità. I libici non riuscivano a tirare su tutti, ma non sembravano neanche più di tanto interessati a farlo. Noi ci siamo avvicinati a quelli più lontani, ma loro hanno iniziato a minacciarci. Noi abbiamo continuato a tirarli su mentre loro, per tutta risposta, hanno iniziato a tirarci le patate addosso».

Great riposerà nel cimitero di Scicli, come tanti altri fratelli e sorelle in fuga prima di lui annegati due volte: nel Mare Nostrum e in quello dell’indifferenza delle istituzioni a livello internazionale.

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