24 anni, eritreo, scheletrico: così si muore nel Mare Nostrum. Ammatuna: “Mi è tornata in mente Auschwitz”

Ci siamo trovati di fronte ad una scena che nel 2018, nella civilissima Europa, pensavo fosse impensabile. Quelle persone erano pelle e ossa, mi sono tornate in mente le immagini dei campi di concentramento di Auschwitz e Mauthausen. Mi è sembrato di fare un salto indietro di 70 anni, verso quell’orrore”. E’ ancora scioccato il sindaco di Pozzallo, Roberto Ammatuna, che si trovava al porto ieri quando è arrivata la nave della ONG spagnola Open Arms con a bordo i 91 migranti provenienti dal Corno d’Africa.

Tra di loro un giovane eritreo che aveva compiuto 24 anni il 6 marzo e che in serata è spirato all’ospedale Maggiore di Modica, dov’era stato trasferito in condizioni disperate, fortemente malnutrito e con problemi respiratori. Il ragazzo era stato fatto scendere per primo e immediatamente rifocillato e soccorso, ma dopo qualche ora le sue condizioni sono peggiorate, fino alla morte. La salma si trova adesso nella camera mortuaria del Maggiore, ed è probabile che il magistrato disponga l’autopsia.

Anche la maggior parte dei suoi compagni di viaggio è denutrita e indebolita, molti hanno la scabbia e altri cinque sono stati ricoverati. Nessuno sa di preciso da quanto tempo fossero senza acqua né cibo.

Il ragazzo in questione era ormai incapace di reagire, il sistema immunitario azzerato dalla debolezza” racconta Roberto Ammatuna, che dello sbarco di ieri ha la doppia visione di primo cittadino e di medico. “Impressionante” è il termine che non smette di ripetere. “Ci sono sbarchi e sbarchi – aggiunge – e molto dipende dalla nazionalità. I tunisini, ad esempio, raramente presentano problemi fisici, tutt’altro. Altri, soprattutto quelli provenienti da Eritrea ed Etiopia, arrivano qua in condizioni pietose, dopo lunghissimi viaggi a piedi o con mezzi di fortuna, senza cibo, e imbarcati dopo un periodo in veri campi di concentramento. Da questo punto di vista, la linea di demarcazione tra i migranti economici e quelli che scappano dai paesi in guerra non è molto netta: si muore anche di fame, non solo per le bombe”.

In prima linea durante le operazioni di sbarco, come sempre in questi casi, da anni, il dottor Vincenzo Morello. Lui, però, a differenza di Ammatuna non parla di sbarco “impressionante”, ma “normale”. Di approdi di disperati come quello di ieri ne ha visti a migliaia, di quella sofferenza conosce ogni più piccola sfaccettatura e in riferimento al giovane eritreo deceduto al Maggiore dice solo che era “cachettico, con i parametri vitali al limite”.

La Prefettura ha emanato una nota nella quale si specifica che il giovane è morto a causa di una “pregressa malattia in fase terminale“.