Nasce l’associazione antiracket. Grasso: “Fenomeno mai debellato”

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antiracket vittoria

Presentata questa mattina l’Associazione Antiracket e Antiusura città di Vittoria. E’ la prima a nascere in Italia dall’inizio dell’anno seguita, nel pomeriggio, da quella di Niscemi. L’iniziativa fa parte di un progetto di portata nazionale della FAI – Federazione delle Associazioni Antiracket e Antiusura Italiane e a coordinare i lavori è stato il Presidente dell’Associazione Antiracket “Gaetano Giordano” di Gela, Renzo Caponetti, che ha ricevuto dalla stessa FAI l’incarico a creare le condizioni per la costituzione di nuove Associazioni Antiracket in Sicilia. Gli incontri propedeutici alla nascita dell’associazione hanno preso il via a Vittoria più di un anno fa e sono culminati oggi in una cerimonia molto partecipata non solo dai rappresentanti delle istituzioni militari, politiche e religiose ma anche da semplici cittadini, a dimostrazione di come qualcosa stia finalmente cambiando nel tessuto sociale e culturale.  “Ogni associazione antiracket e antiusura che nasce in Italia ha dietro di sè una persona che ha detto basta” è stato sottolineato in apertura e Vittoria ne conta parecchie. A farsi portavoce del malessere di tali soggetti è stato, in passato, lo stesso Sindaco Nicosia che ha dato un forte contributo alla promulgazione della legge 3/2012 che reca disposizioni in materia di usura e di estorsioni.

Proprio il primo cittadino ha voluto sottolineare come la città abbia bisogno di un presidio territoriale forte e visibile. “Vittoria è una realtà difficile – ha detto – e un nostro impegno in tal senso è non solo doveroso ma anche convinto e voluto”.

Ma come funziona la Fai? Qual è la sua mission? E quali sono le proporzioni attuali di fenomeni quali usura e racket delle estorsioni in Italia? Abbiamo colto l’occasione per parlarne con il Presidente Onorario Tano Grasso.

“In ambito nazionale il nostro obiettivo è promuovere la nascita delle associazioni antiracket perché solo attraverso queste c’è la possibilità di incrementare le denunce. Nei prossimi mesi abbiamo diverse inaugurazioni in programma in Sicilia, in Campania e in Puglia. I commercianti si convincono più facilmente se capiscono di non essere soli e se hanno uno strumento che li fa sentire coperti, al sicuro. E’ esattamente questo ciò che abbiamo sperimentato dal ’90 in poi a Capo D’Orlando”.

Da allora di associazioni ne sono nate tante. Com’è cambiata la situazione?

Il fenomeno non è stato debellato in quanto è costitutivo della stessa essenza mafiosa. Fino a quando avremo le mafie avremo anche le estorsioni perché sono il mezzo attraverso cui realizzano il controllo del territorio ed esprimono la loro sovranità. La mafia non è un’associazione di delinquenti, è un’organizzazione criminale che a differenza delle altre pretende di esercitare il proprio potere sul territorio nel quale opera. Oggi viviamo in una fase in cui, per effetto della crisi economica, le pressioni estorsive in alcune aree appaiono attenuate. Al commerciante che si trova in difficoltà non si va in maniera insistente a chiedere il pizzo perchè il mafioso sa che se lo facesse rischierebbe di essere denunciato quindi abbiamo registrato uno spostamento dell’attenzione al settore dell’edilizia che è, in assoluto, il più esposto tanto nel palermitano quanto nel napoletano. Si sta delineando uno scenario in cui il commerciante che pagava continua a pagare, quello nuovo è più facile che vada a denunciare e lo si evita mentre nel campo dell’edilizia si va a tappeto.

Qualche numero del fenomeno in Sicilia?

E’ importante distinguere il fenomeno dalle denunce. Il fenomeno c’è sempre, anche quando è sommerso e ne deduciamo noi la presenza (le forze dell’ordine, le associazioni, i magistrati) da fatti sintomatici. Altra cosa è invece il numero delle denunce che per fortuna continua a crescere. Gela agli inizi degli anni ’90 era un posto impossibile per un commerciante, è la città nella quale nel ’92 venne ucciso Gaetano Giordano. Oggi lì esiste un’associazione a lui dedicata e da quando è nata abbiamo raccolto più di 150 commercianti che hanno denunciato a cambiato la storia della città.

Il cambiamento è stato anche culturale?

Si ma bisogna essere realistici, il bicchiere è anche mezzo vuoto perché nonostante abbiamo ormai  20 anni di impegno alle spalle rappresentiamo solo una minoranza assoluta degli imprenditori. Se va bene per uno che denuncia ce ne sono 10 che non denunciano, se va male per uno che denuncia ce ne sono 10.000

Perché? Cosa manca? Qual è l’anello debole della catena?

Mentre all’inizio pensavo che fosse solo un problema di paura negli anni mi sono convinto che spesso vi è anche un livello di convenienza. In tanti, pur senza avere alcun rapporto di complicità, pagano il pizzo per garantirsi la sopravvivenza sul mercato. La mafia egemonizza pezzi di economia e l’imprenditore capisce che pagare il pizzo al mafioso, comprare i propri materiali nei posti indicati che lui indica o assumere il personale che lui vuole può essere conveniente. Questo è il punto in cui il meccanismo s’inceppa e spezzare questa catena non è cosa né facile né immediata.