Presentato il libro del ministro provinciale dei Cappuccini fra Gaetano La Speme

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“Un libro consustanziale” così Antonio Sichera, docente di letteratura italiana nell’Università di Catania, ha definito, presentandolo, il libro di fra Gaetano La Speme “L’incontro che cura. Gesù, noi, gli ultimi”, delle edizioni Il Pozzo di Giacobbe, domenica scorsa, alla Casa don Puglisi. Un libro consustanziale, perché tutt’uno con il suo autore. Un saggio vero, nel modo indicato da Montaigne: saggiare se stessi, restare continuamente aggiornati su se stessi, che diventa il contrario delle molte maschere che mettiamo. Un libro che, raccogliendo le riflessioni tenute da fra Gaetano in incontri della diocesi e della Caritas diocesana di Noto attorno alle relazioni di Gesù con i poveri, aiuta a rispondere all’impegnativa domanda su come oggi parlare della Bibbia, al cui centro non c’è il giudizio morale ma il racconto.

“E ancora – ha sottolineato Sichera – il libro si sofferma su qualcosa di particolarmente bello: cosa passava nel cuore di chi incontrava Gesù? E soprattutto mette al centro il corpo di Gesù, aiutandoci a comprendere che l’incarnazione non è una questione filosofica ma credere che Dio si è manifestato in quel preciso corpo”. E nel libro, riflettendo su Gesù bambino prima di affrontare il tema della relazione di Gesù con i bambini, ci si chiede se Gesù sarebbe stato quello che è stato senza genitori come Maria e Giuseppe. E, ancora, negli incontri di Gesù c’è l’annuncio dell’imminenza del tempo futuro e l’anticipo del tempo presente che permette di cogliere come, accanto alla faccia oppressa del mondo, c’è la faccia bella. Che è nella forma del granello di senape e del lievito, della piccolezza, di una povertà che si oppone – prima che a ricchezza – a potenza. Conducendo a chiedersi: rispetto a questi incontri io dove sono? Identificandosi, Sichera, nel padre che grida: “Signore io credo, ma tu aumenta la mia fede!”.

Presentazione

Ha proseguito nella presentazione padre Giovanni Salonia, con la commozione di chi ha visto crescere fra Gaetano e la sua vocazione. Cogliendo nella dedica ai frati cappuccini della provincia di Siracusa, di cui fra Gaetano è provinciale, l’eco della bella fraternità da lui intessuta e vissuta tra i frati cappuccini. Sottolineando come diventa centrale, per capire gli incontri tra Gesù e i poveri, la conversione di Francesco che abbracciando il lebbroso non lo guarì (come in tanta agiografia di altri santi) ma il lebbroso guarì lui. “Si genera così uno sguardo dal basso che converte. Con lo stesso Gesù che si è lasciato guarire dalla Cananea. E con noi che siamo chiamati a lasciarci guarire dagli immigrati per costruire con verità il nostro futuro, ricordando che il povero ci guarisce nella misura in cui comprendiamo che non ci chiede cose ma vuole la nostra mano”.

E ha concluso sottolineando l’immagine di copertina: i discepoli di Emmaus. Una pagina condivisa tra Salonia e fra Gaetano perché indica quanto sia importante il cammino, peraltro prima parola del libro e chiave di lettura dell’Amoris Laetitia. Che contiene l’ermeneutica della crescita più che della maturità, con cui si trasforma ogni stop in step, che aiuta a dire per esempio –  al giovane che non va a messa – non “ma devi andare a messa” quanto “non ancora hai compreso quanto vale la messa”.

E così si aprono strade. “E prima della strada giusta, diventa importante la strada con Gesù. Che ci accompagna anche quando le nostre strade sono sbagliate”. Fra Gaetano ha concluso l’incontro esprimendo la sua gratitudine per chi l’ha aiutato nella formazione e per la diocesi e Caritas che hanno voluto il libro, ma anche comunicando come si entra sempre “con timore e tremore” nel terreno sacro dell’incontro con l’altro! E con la sua disarmante semplicità e bella autenticità ha detto, spiegando la dedica: “Per camminare con Gesù, ho bisogno dei frati cappuccini”.

“A dire – spiega Maurilio Assenza, direttore della Caritas – quanto è bello volersi bene! L’incontro ha lasciato il sapore di un buon nutrimento e aiutato a custodire nel cuore la bellezza della fraternità, vero futuro del mondo plurale e antidoto contro tanta pesantezza non costruttiva”.