Il triangolo, no! Quando “l’altro” è lo smartphone

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“Apro gli occhi e ti penso, ed ho in mente te”Nell’analogico 1966 era scontato che queste parole, messe in musica dall’Equipe 84, fossero dedicate al proprio amore, a chi riusciva a farci battere forte il cuore.

Nel digitale 2018 le cose cambiano. In un contesto in cui siamo sempre più iperconnessi alla realtà virtuale e, di contro, sempre più sconnessi dalla vita reale, la stessa frase è sempre rivolta alla propria dolce metà che in questo millennio però a quanto pare perde le fattezze umane trasformandosi nell’estensione tecnologica di noi stessi: lo smartphone. 

Se così non fosse i ricercatori James Roberts e Meredith David non si sarebbero scomodati a pubblicare su “Computers in Human Behavior” lo studio “My life has become a major distraction from my cell phone: Partner phubbing and relationship satisfaction among romantic partners”.

La ricerca è interessante e già dalla prima parte del titolo, “La mia vita è diventata la principale distrazione dal telefono”, apre spunti di riflessione su problematiche che non si possono più sottovalutare e ignorare.

Secondo Roberts e David il 46% degli intervistati sentirebbe il bisogno di perdersi dentro ad uno schermo nonostante la presenza del partner. Da qui nasce il neologismo “phubbing”, parola che deriva dalla combinazione di “phone” (telefono) e “snubbing” (snobbare), e che indica l’atteggiamento di quelle persone che preferiscono controllare ossessivamente lo smartphone, facendosi distrarre da social e app, piuttosto che interagire con le persone che hanno accanto.

Nel 22% dei casi questo atteggiamento avrebbe addirittura rovinato irreversibilmente il rapporto di coppia.

A questo punto viene da chiedersi: cosa mai faranno di così importante le persone con lo smartphone da preferirlo al partner o agli amici?

Dall’ultima indagine del Samsung Trend Radar emerge che gli italiani passano in media tra i 90 e i 120 minuti al giorno sul loro smartphone. È la prima cosa che guardano al mattino e l’ultimo pensiero prima di dormire. Se dimenticano lo smartphone a casa tornano di corsa indietro a riprenderlo. Perché questa ossessione?

È un fenomeno che prende il nome di FOMO (Fear of Missing Out) e identifica la paura di essere tagliati fuori perché non connessi al cellulare. Il 54% degli uomini e il 56% delle donne non sarebbero, infatti, affatto d’accordo con la filosofia opposta, il JOMO (Joy of Missing Out) che promuove di mettersi offline anche solo per brevi periodi di tempo.

Più della metà degli italiani, quindi, non sono, secondo questa indagine condotta su un campione di circa 1500 italiani dai 20 ai 50 anni, inclini al cosiddetto “detox digitale”. 

Lo smartphone è il compagno tecnologico del 62% degli italiani. Controllare l’e-mail, postare o curiosare sui social network, comunicare con gli amici in chat, guardare video, fare shopping online, sono le attività più praticate.

Sapete quante volte al giorno tocchiamo lo schermo del cellulare?

Secondo lo studio della società americana Dscout, 2.617 volte, dedicando a questa attività ben 5 ore al giorno, tempo che sottraiamo ai nostri affetti reali.

In un’intervista che su Youtube ha collezionato ad oggi più di 9 milioni di visualizzazioni, l’antropologo Simon Sinek dichiara, analizzando i Millennials (nati tra il 1980 ed il 2000):

«Non ci sono più relazioni profonde: nei momenti di stress i Millennials non si rivolgono a una persona, ma a un dispositivo e ai social media, che offrono un sollievo temporaneo. I social rilasciano dopamina, come l’alcool, il fumo, le scommesse: perciò esistono limiti di età per alcool, fumo e scommesse». 

L’attaccamento allo smartphone sarebbe simile a qualsiasi altro tipo di dipendenza. Quindi ogni volta che appare una notifica si verificherebbe, secondo Sinek, un innalzamento del livello di dopamina perché siamo portati a pensare che ci sia per noi la novità, la notizia che stavamo aspettando, e questo ci porterebbe a controllare i continuazione il cellulare a caccia della “notifica perfetta”. 

Il professor Phil Reed, docente di psicologia dell’Università di Swansea ed esperto di dipendenze online ha dichiarato che «molti “phubber” vanno persino in astinenza se non gli viene permesso di utilizzare il telefonino in continuazione. Ma la cosa grave è che a volte non si rendono nemmeno conto di quanto siano irritanti con il loro comportamento». 

Da questi studi emerge che tutti questi comportamenti sono disfunzionali per le relazioni amorose, amicali e familiari. Il rischio è quello di essere iperconnessi ma al tempo stesso soli e insoddisfatti della propria vita reale che non è paragonabile alla vita mostrata nei social dagli amici virtuali.

E voi quanto tempo passate appiccicati al vostro smartphone? Dedicate abbastanza tempo e attenzioni alle persone che vi stanno accanto? Rifletteteci!