Le mamme, le badanti straniere e le guerre della nostra vita

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Nella famiglia di mio marito hanno una badante ucraina da più anni. Va al mercato il venerdì e si compra noccioline americane e olive verdi. Non chiede nulla. I dolci che le regaliamo vuole condividerli con noi e mai mangiarli da sola. Ha un solo figlio, in terra di conflitto. Di lui non ha più notizie né può averne. A fine pranzo china gli occhi, noi non sappiamo cosa pensa. È una mamma di guerra.
Mia madre se ascoltava una canzone del periodo della guerra cominciava a sognare, le ritornava il bello e il brutto, i vestitelli a fiori, i bigodini di ferro in testa, la bicicletta da uomo per andare alla stazione che sarebbe stata bombardata, al porto distrutto e alle inferriate dei balconi divelti, la casa sulla spiaggia da sfollati, il vento fortissimo nelle mattine, il perduto e il ritrovato, le note di un pianoforte e le amiche accovacciate nei canneti, le incursioni mentre stavano in montagna sotto alberi di nocciole, il battito dei cuori di tutti, l’università ritrovata in città e l’uomo che avrebbe sposato, incontrato per le vie polverose e irriconoscibili di una Messina senza più volto.
Io se ascolto una canzone torno agli anni in cui si andava a scuola in gruppo con i libri stretti nelle cinghie di gomma, ai cappelli di velluto, alle amiche nelle domeniche invernali comprando riviste e giornali per i pomeriggi di pioggia, alle gite a Siracusa con la scuola e con le comitive, agli autobus al ritorno soffusi da una luce timida nella sera, ai ragazzini che mi guardavano da lontano e alle loro lentiggini, alle auto Alfa Romeo guidate per l’Italia del boom, ai capelli lunghissimi e neri e agli ombretti azzurri, ai libri che supplivano alla mia vita, alle passeggiate nei lungomari col cuore denso di amore, ai dischi che amavamo con le loro copertine, alle minigonne e agli stivali messi per lo struscio, ai Natali tristi, ai gatti folli e adorati. Alle malattie. Nostre. Alla sua e alla mia. Loro, le malattie, che furono il nostro futuro.