Moncillè, il petrolio ‘scorre’ ancora. Azioni, ricerche e il ‘nodo’ delle cause

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Recupero prodotto idrocarburico attraverso skimmer a rulli

Lontano dagli occhi, lontano dai ‘pensieri’. Eppure a due passi dal centro abitato di Ragusa il petrolio continua a venir fuori dalla terra. E – a leggere le relazioni tecniche – la diffusione di ingenti quantitativi di greggio «potrebbe avere effetti potenzialmente devastanti per il nostro ecosistema fluviale». Per fortuna, come si spiega in seguito, l’inquinamento è stato tamponato, e a oggi non ci sono valori ‘preoccupanti’. Ma si tratta di un ‘grattacapo’ presumibilmente da diverse centinaia di migliaia o addirittura da milioni di euro di costi per contenere quella fuoriuscita di petrolio dal terreno che raggiunge il torrente Moncillè,  affluente dell’Irminio. Abbiamo provato a capire come stanno le cose a tre anni dalla prima segnalazione di contaminazione nei pressi dell’area del ‘Pozzo 16’, concessione assegnata a Enimed. Abbiamo chiesto lumi al Libero consorzio, l’ex Provincia regionale per intenderci, che ci ha messo a disposizione una relazione aggiornata. Fatti, dati tecnici, che minuziosamente vengono riportati. Ripercorriamo, attraverso la relazione, le tappe. Partendo da un dato: dall’aprile del 2019 a oggi sono almeno 3.000 le tonnellate fuoriuscite e ‘intrappolate’ con speciali mezzi per evitare l’inquinamento. È un po’ lungo, ma vale la pena provare a capire cosa sta succedendo. Intanto una brevissima sintesi: dall’aprile 2019 si segnala una “potenziale contaminazione” per fuoriuscita di petrolio. L’Enimed interviene e blocca ogni possibile inquinamento. Iniziano le verifiche. Il ‘nodo’ centrale delle cause: per Enimed la ‘colpa’ è di un terremoto del 2016 che ha permesso la venuta a giorno del greggio fuoriuscito dal giacimento almeno 20/25 anni fa; il Libero Consorzio ritiene che non se ne può essere certi.

Torrente Moncillè: bacini sifonati realizzati dalla Società per recuperare il greggio

Solo una nostra perplessità: se secondo Enimed la causa è naturale, perché da tre anni la stessa Società spende un’enorme quantità di denaro per bloccare il greggio affinché non causi inquinamento?

E una piccola ‘precisazione’: a San Giacomo c’è un movimento di sacchi e di terra che ha generato molta curiosità, con controlli per capire se vi siano tracce di petrolio e in che quantità. Si tratta di un episodio totalmente differente, ne parleremo in un prossimo articolo.

E ora andiamo alla relazione.

27 aprile 2019: Enimed comunica al Libero Consorzio «la potenziale contaminazione relativa al sito “Area pozzo Ragusa 16” localizzata nel comune di Ragusa nei pressi del torrente Moncillè. La stessa Società dichiarava che la contaminazione aveva interessato le matrici ambientali: suolo e sottosuolo, acque superficiali e sedimenti.

Già da subito si era ben compresa la pericolosità della situazione e non a caso sono state svolte riunioni ed incontri tecnici sia presso la Prefettura che in video conferenza presso il DRAR (Dipartimento Regionale dell’acqua e dei Rifiuti della Regione Sicilia – ndr) tra la Società Enimed e tutti gli Enti di controllo coinvolti al fine di procedere ad un approfondimento e ad un esame congiunto della problematica in oggetto».

Cos’è accaduto nello specifico? «L’evento inquinante, purtroppo tuttora in corso, è caratterizzato da una fuoriuscita di greggio localizzato in una specifica zona del torrente Moncillè a circa 800 metri a monte della confluenza col fiume Irminio ed in prossimità del pozzo petrolifero “Ragusa 16”. Secondo i dati forniti dalla Società, al 31 dicembre 2021, sono state rimosse 2.931 tonnellate di materiale prevalentemente costituito da greggio misto ad acqua (25 – 30 % di greggio – ndr). Attualizzando tale valore, entro questi tre anni i quantitativi si aggirano sulle oltre 3000 tonnellate».

Cos’ha fatto Enimed?

«Ha attivato fin da subito tutte le misure di messa in sicurezza in emergenza sinteticamente consistite in:

  • realizzazione di una serie di bacini sifonati disposti prevalentemente in corrispondenza della fuoriuscita del prodotto idrocarburico sull’alveo del torrente, lungo il suo lato destro e nella parte centrale del torrente stesso;
  • attività di recupero del prodotto idrocarburico attraverso speciali apparecchiature quali skimmer a rulli;
  • stesura e sostituzione in continuo di panne oleoassorbenti, localizzate a valle degli sbarramenti, finalizzate al impedire e contenere l’eventuale contaminazione residua;
  • realizzazione di due bacini di contenimento posti a monte dell’area impattata, con lo scopo di bypassare le acque del torrente provenienti da monte e come presidio di sicurezza per limitare eventuali episodi di piena».

 

Recupero prodotto idrocarburico attraverso skimmer a rulli
Panne oleoassorbenti a valle degli sbarramenti

Chiusura (anticipata) del ‘Pozzo Ragusa 16’

«Ai fini cautelativi, tra la fine del 2019 e l’inizio del 2020 la Società ha anche effettuato la chiusura mineraria del pozzo Ragusa 16. Secondo la Società le attività di indagine e verifica effettuate sullo stesso permettono di escludere che la contaminazione sia addebitabile a fenomeni di circolazione di fluidi all’interno del pozzo stesso».

Tentativi (non andati a buon fine) di utilizzare il petrolo fuoriuscito

«Nel corso di questi tre anni sono state inoltre proposte dalla Società delle tecnologie alternative per ottimizzare il recupero del prodotto. In particolare, nel giugno 2020 sono state eseguite prove di Oil-Sweep (denominata impropriamente prova Multi Phase Exctraction), cioè prove di recupero del prodotto oleoso tramite aspirazione di vapori con contestuale iniezione di vapore caldo, necessario a rendere maggiormente movimentabile il prodotto da recuperare da tre piezometri che presentavano adeguati spessori dello stesso. Malgrado questo tipo di prova abbia presentato un’efficace estrazione del solo prodotto associata a limitata estrazione di acqua sotterranea, la prova nel complesso non ha fornito risultati talmente soddisfacenti da sostituire l’attuale sistema di recupero. Nel marzo 2021 è stato effettuato anche un test di recupero dell’olio utilizzando grafene. Purtroppo, a causa delle particolari caratteristiche chimico-fisiche dell’olio da recuperare e alla sua alta viscosità, non è stato possibile separare la componente olio e rigenerare il grafene».

La fuoriuscita non si arresta, ma non c’è inquinamento

«Malgrado siano passati già tre anni, le attività di recupero dell’olio continuano a tutt’oggi e non è stato possibile terminare le operazioni di MISE, si rileva comunque che, fortunatamente, l’inquinamento è stato contenuto e non si è mai esteso oltre la zona delle operazioni. Le analisi effettuate sia dall’Arpa che dalla Società confermano che il tratto terminale del torrente Moncillè e il fiume Irminio non hanno risentito di alcuna contaminazione».

Le attività del Libero consorzio

«In questi anni il Libero Consorzio, attraverso il Settore Ambiente e Geologia, ha svolto, insieme agli altri Enti preposti (ARPA, Comune, ecc…)  attività di monitoraggio e controllo del sito in esame attraverso numerosi sopralluoghi e partecipazione di tavoli tecnici nonché ha effettuato studi circa l’origine di questa contaminazione.

Il ‘nodo’ più delicato; quello delle cause

«Circa le cause di quanto sta avvenendo è ancora oggetto di ipotesi. Secondo la Società, che a tal proposito ha incaricato dei consulenti dell’Università di Catania e del Politecnico di Milano, le ragioni sono da addebitare a cause esclusivamente naturali. Secondo il parere del libero Consorzio, malgrado si riconosca ampiamente l’impegno della Società e dei consulenti di parte nel cercare di dirimere la questione, allo stato attuale la naturalità del fenomeno può ascriversi senz’altro ad una mera ipotesi. Il Libero Consorzio ritiene e che, al momento, non ci siano i presupposti di natura sismica, geochimica e idrogeologica per sostenere quanto asserito dalla Società».

Le cause: un piccolo ‘insert’ per capire

Qui occorre fare un piccolo insert rispetto alla relazione dell’ex Consorzio. In estrema sintesi, Enimed ritiene che la fuoriuscita di petrolio in zona Moncillè sia stata causata da un terremoto avvenuto nel 2016. Un sisma che, peraltro registrato a una certa distanza dal sito, non ricordiamo come particolarmente ‘intenso’. Ma, da profani e fiduciosi nella scienza, attendiamo di capire meglio cosa sia accaduto. E ora riprendiamo la relazione.

L’intervento del Ministero dell’Ambiente

«Di questa problematica è stato interessato anche il Ministero dell’Ambiente, ora Ministero per la Transizione Ecologica, il quale ha incaricato l’ISPRA che ha effettuato dei rilievi qualche mese dopo la comparsa della contaminazione ed entro il mese di dicembre 2021 è stata effettuata una seconda spedizione di esperti. Gli esperti dell’ISPRA sono intervenuti in sito per la seconda volta il 14 e 15 dicembre 2021 per approfondire le problematiche ambientali connesse all’inquinamento. A seguito della riunione tenutasi anche da remoto giorno 15 dicembre tra tutti gli attori coinvolti:(Ispra, Arpa, URIG (ufficio regionale idrocarburi e geotermia), Comune di Ragusa, Eni, dipartimento regionale acqua e rifiuti, è stato dato mandato all’URIG (Ufficio Regionale Idrocarburi e Geotermia – ndr) di verificare tutta la documentazione riguardante la sicurezza e tenuta delle infrastrutture ENI limitrofe alla zona in cui continua lo sversamento. L’URIG, sulla base della sua documentazione in possesso non ha rilevato alcuna anomalia riguardo alle infrastrutture ENI prese in esame».

Nuove verifiche, nuove chiusure di Pozzi (già programmate)

«Allo stato attuale sono in atto ulteriori verifiche e controlli da parte della Società: tomografie elettriche, analisi chimiche, misure di gas interstiziali (VOC, CH4 etc), oltre alla realizzazione di ulteriori piezometri. La Società ha anche previsto di effettuare la chiusura programmata di alcuni pozzi di petrolio limitrofi all’area in esame (Pozzi Ragusa 60- 61-64-68-69) . Il Libero Consorzio di concerto con gli Enti Competenti e la Società ha effettuato un rilievo idrogeologico sui pozzi esistenti in zona e si appresta, se sarà possibile, a realizzare delle ispezioni televisive sui piezometri realizzati dalla Società, in particolare su quelli che presentano surnatante in fase separata».

Le conclusioni del Libero Consorzio:

«Al di la delle ipotesi riguardo le cause che hanno generato tale contaminazione, quello che preme maggiormente a questo Libero consorzio è che le fuoriuscite di greggio siano state ben contenute dalla Società in questi anni. Risulta di tutta evidenza che una diffusione di questi quantitativi di greggio potrebbe avere effetti potenzialmente devastanti per il nostro ecosistema fluviale».

Le nostre riflessioni:

Riprendiamo l’interrogativo di prima: Enimed interviene, lo fa con un impegno non indifferente e, a quanto pare, con l’importante risultato di bloccare l’inquinamento. Ma se non è colpa sua e le cause sono naturali, perché lo fa? Una questione di responsabilità ‘etica’ e civile? Noi restiamo sempre aperti a un confronto con i dirigenti, anche perché – va detto – quando si tratta di questioni così delicate la chiarezza (un aggiornamento costante su come procedono le operazioni) e l’informazione alla città sarebbe oltremodo necessaria. In tal senso il Comune, che pur non ha implicazioni dirette, avrebbe dovuto spiegare ai cittadini cos’è accaduto e cosa si sta facendo.