Ragusa dice No alla “cultura dello stupro”

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Mille persone circa, 50 sigle aderenti, (tra sindacati, partiti e associazioni), diversi comuni della provincia. Sono questi i ‘numeri’ della manifestazione che si è svolta ieri, 1 settembre, nel capoluogo ibleo “contro la cultura dello stupro” indetta da Arcigay Ragusa.

Il corteo partito da via Roma, dopo l’intervento di due donne, Luciana Licitra e Federica Schembri, vicepresidente Arcigay, si è mosso, numeroso e rumoroso, sino a giungere in piazza San Giovanni, dove sono intervenuti alcuni rappresentanti della associazioni che hanno partecipato.

Una manifestazione per ribadire che fatti terribili come quelli di Palermo, e non solo, non devono più accadere e che per fermarli bisogna cambiare il retaggio culturale di una società ancora troppo ancorata al patriarcato.

“Oggi scendiamo in strada per dire NO – hanno dichiarato durante l’intervento iniziale – con voce ferma e chiara alla cultura dello stupro, ma anche per affermare che la terrificante violenza avvenuta a Palermo, come quelle di Caivano e tutte le altre, non sono casi eccezionali, non sono incidenti di percorso, sono invece l’espressione diretta di quella cultura.

Scendiamo in strada per dire NO alle semplificazioni, alle narrazioni tossiche dei media e di certa parte della politica, alle strumentalizzazioni dei fatti di violenza in funzione autoritaria e repressiva. Come noi femministe abbiamo affermato molte volte in passato, oggi nuovamente respingiamo con forza i progetti di militarizzazione delle città in nostro nome e sui nostri corpi, perché siamo convinte che le strade sicure le fanno le donne, e le persone tutte, che le attraversano. Donne che devono sentirsi sicure non perché sobrie o sobriamente vestite, ma perché parte di una comunità intera che rifiuta la cultura dello stupro”.

“Riteniamo che oggi – hanno concluso – esprimere sorellanza verso la ragazza di Palermo debba voler dire soprattutto non coprire le sue parole con le nostre, non parlare al suo posto, ma porci in ascolto e fare nostre le sue parole.

Lei ha rifiutato in maniera decisa la cosiddetta vittimizzazione secondaria, scegliendo di mettersi in una posizione scomoda, di non passare non solo per quella che “se l’è cercata” ma nemmeno per la vittima silenziata verso cui è più facile provare empatia, scegliendo di denunciare e uscire allo scoperto come donna libera e autodeterminata, rischiando di venire stigmatizzata non solo dagli haters ma anche dai cosiddetti benpensanti che ancora tentano di distinguerci in donne perbene e donne permale. Lei ha rifiutato di essere giudicata, e troviamo che questo sia un atto potente e radicalmente femminista da cui tutte dovremmo trarre esempio.

Io rimango me stessa e manco se mi pagate cambio, perciò chiudetevi la boccuccia piuttosto che giudicare una ragazza stuprata.”