“Io ricordo”. La vicenda di Giovanni Parisi affissa in Questura

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Un incontro dal forte significato umano e istituzionale, nel segno dell’impegno per la promozione dei valori di legalità e memoria condivisa.
Questa mattina il Questore di Ragusa Salvatore Fazzino ha ricevuto la Presidente Maria Rita Schembari per rendere omaggio al racconto “Io ricordo”, scritto dalla Presidente in occasione della Giorno del Ricordo, lo scorso 10 febbraio.
Il testo ripercorre, con grande intensità narrativa, la vicenda di Giovanni Parisi, agente di Polizia di Stato originario di Comiso, la cui storia personale si intreccia con le drammatiche vicende del secondo dopoguerra e con il dolore di una famiglia segnata da una lunga attesa e da verità emerse solo molti anni dopo.
Il dott. Fazzino ne ha disposto l’affissione nei corridoi della Questura, come segno di riflessione e testimonianza civile.
Ecco il testo integrale del racconto, in esclusiva per Ragusah24: 
Io ricordo…
“Lo portarono via con la forza…” “Shhh”. “Fascisti…fascista…polizia segreta…” “chissà…” “Di queste cose non devi parlare…” “Shhh, non ti interessa”: erano queste le risposte che ricevevo a casa ogni volta che facevo domande sul perché non ci fosse il marito della Madrina. È ovvio che risposte di questo tipo accrescessero in me, ragazzina, la curiosità e concorressero a creare un alone fitto di mistero attorno a quella donna.
Da quando riesco a ricordare, affiora sempre alla mente, assieme a tante figure femminili, tutte brune, l’immagine elegante e fiera di una donna diversa: chiara la pelle, gli occhi verdi, biondi – indovinavo – dovevano essere stati i capelli nell’età sua più fiorente. Ma, diversa, soprattutto quando parlava: parlava in dialetto, ché altra lingua non c’era nelle case di provincia italiane; un dialetto diverso, addolcito da un esotico accento dell’Est. Nel quartiere si limitavano a chiamarla La Triestina. In verità non sapevano praticamente nulla di lei. O meglio, non volevano sapere.
Da adolescente, in un momento di minore controllo censorio, presi il coraggio a due mani e lo chiesi direttamente a lei. Fu più generosa nel racconto, ma, come seppi molto più tardi, non mi disse tutto: che il marito era stato fatto prigioniero a Trieste. Ma non da chi; che per qualche sera, in seguito ad informazioni prese per le strade, lei così come famigliari di altri si era recata davanti alle finestre di una scuola, utilizzata come carcere provvisorio, per sentire almeno la voce del marito portandosi in collo la bimba appena nata; che, appena si accorgevano della scoperta, i carcerieri cambiavano luogo improvvisato di detenzione ai prigionieri; finché una sera non avevano trovato più nessuno. Nessuna risposta. Nessuna traccia. Un fonogramma concitato alla sorella a Lubiana. Una risposta altrettanto concitata e lapidaria: “La Yugoslavia è pericolosa. Se sanno che sei sposata con un Italiano ammazzano te e la bambina. Fuggi in Italia; più lontano e in fretta che puoi”.
Mi disse queste poche frasi spezzate, senza versare una lacrima, ma si avvertiva dal tono quanto fosse stata immane e quanto grande fosse ancora la sofferenza, che tentai di addolcire ingenuamente ventilandole la speranza che in cielo si sarebbero rivisti. Mi rispose con l’arguta ironia di sempre, ma con gli occhi un po’ lucidi: “‘N picciotu, non ricanoscerà sta vecia ca me son fata!”.
Non ne parlammo più: arrivata nel Sud da cui suo marito era partito giovanissimo, aveva trovato accoglienza nella famiglia di lui e sopravvisse i primi tempi grazie ai più fidati amici, tra cui mia nonna; solo molto più tardi lo Stato le avrebbe riconosciuto una pensione come moglie di un “Disperso” in guerra.
Solo nell’inverno del 2018, grazie ad una telefonata da Trieste, il quadro si illuminò: il presidente dell’associazione degli esuli Istriani e delle vittime delle foibe mi chiedeva notizie di due cittadini di Comiso. Uno lo conoscevo, almeno per nome. Chiesi subito a lui i dettagli che non avevo osato mai chiedere: erano un amministrativo ed un agente di PS, impiegati presso la Questura di Trieste; il primo maggio del 1945 furono rastrellati dai miliziani di Tito, tenuti in custodia per qualche giorno, infine fatti marciare, fucilati e buttati in quelle fenditure della roccia carsica tanto tristemente note. Il governo italiano aveva negli anni esitato a prendere posizione e di quell’orrore poco o niente era trapelato. Allorché era definitivamente venuto alla luce, assieme ai resti che riaffioravano miserandi da quelle fenditure, si era giustificata tanta furia, tanto orrore, con affermazioni del seguente tenore: “reazione delle milizie di Tito uguale e contraria al trattamento riservato dagli Italiani agli Slavi durante l’occupazione fascista delle terre Istriane”.
Nella mia mente ha cominciato a farsi strada un’immagine orrenda, come se quei “però”, se quelle giustificazioni all’orrore fossero spintoni che si davano a far ricadere verso il basso, nel buio dei pozzi carsici, quei corpi e quei volti che tanto avevano atteso per avere almeno il rito di una sepoltura degna dell’Uomo. I conti non mi tornavano; i fatti, almeno in un caso che io conoscevo e di cui si era chiarito del tutto il mistero, non obbedivano alla posizione più accreditata. E fu per tale ragione che cominciai a voler ricordare, non per assurde ed improponibili parificazioni dell’orrore, da qualunque parte esso venga, ma semplicemente per la mia formazione classica e foscoliana, ho maturato la convinzione che a tanti si dovesse la memoria che per troppi anni era stata negata, nascosta tra quei silenzi imbarazzati, macchiata da una colpa che non meritavano.
Pertanto, io oggi ricordo. Ricordo Giovanni Parisi che era partito dal Sud per una vita migliore. Ricordo Giovanni Parisi che era diventato un agente di Polizia di Stato. Ricordo Giovanni Parisi che non disprezzava nessuno: si era innamorato di una donna slava, l’aveva sposata senza incorrere in anatemi o ritorsioni di sorta, e con lei aveva concepito una bambina. Ricordo Giovanni Parisi che il primo maggio del 1945 a guerra finita venne rastrellato dalla Questura di Trieste senza altra colpa se non quella di essere Italiano. Ricordo che venne fatto marciare, che venne fucilato ed infoibato. Ricordo Giovanni Parisi che non potè invecchiare assieme alla sua bella moglie e che non vide crescere sua figlia. Ricordo Giovanni Parisi che era partito da Comiso, dove viveva in vico Savoia 8, proprio di fronte a dove era nata e vissuta mia nonna. Ricordo Giovanni Parisi, padrino di mia madre, che lei non conobbe mai. Spesso, quando esco da casa di mia madre, lo sguardo va di fronte, a quella porta che reca ancora il numero 8: sarà poca cosa, ma mi pare che quel pensiero sia un fiore ideale lasciato su una tomba negata, e spero che infine due anime possano essersi ritrovate”.