Se queste sono Primarie

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A maggio quattro Comuni iblei – Ragusa, Modica, Comiso, Acate – andranno al voto. E tra coloro che si preparano a partecipare a questo appuntamento tutti, ma proprio tutti, hanno pronunciato almeno una volta la parola Primarie.

In questi giorni l’abbiamo scritta talmente tante volte, citandola nei virgolettati di talmente tante persone – di destra, di centro, di sinistra -, che ho cominciato a chiedermi se questo fenomeno sia effettivamente così buono, se sia spinto da un’autentica volontà di attivare meccanismi di partecipazione, o se piuttosto non stiamo rischiando di farci abbagliare da tanti specchietti per le allodole posizionati in serie (un sistema forse casuale, ma così ben congegnato da non consentirci più di distinguere come sarebbe il contorno delle cose alla luce naturale).

 

Non ho una risposta, né pretenderei di propinarvela, ma un piccolo esercizio sulla fenomenologia di questo mantra – “le Primarie” – proverei a svolgerlo.

 

Intanto – dato che di esercizio si tratta – facciamo un breve ripasso delle formule.

Le elezioni primarie sono un’invenzione del Partito Democratico degli Stati Uniti: le prime si sono svolte nel 1847 e da allora sono diventate uno strumento consolidato sia dei democratici che dei repubblicani per la scelta del candidato alla Presidenza.

Nel frattempo in diverse parti del mondo e anche in Europa se ne sono svolte altre.

In Italia – a differenza che altrove – non c’è alcuna legge che le regolamenta, ma questo certamente non sminuisce il valore che assumono per il soggetto politico che le organizza. I primi a promuoverle a livello nazionale sono stati nel 2005 quelli dell’Unione, per la selezione del candidato Premier (le vinse Prodi): da allora il centrosinistra le ha usate quasi sempre (anche in sede locale), mentre il centrodestra non le ha usate quasi mai (se non in sede locale).

 

Le Primarie, dunque, nel tempo sono state usate a diversi livelli di decisione e diversi sistemi elettorali sono stati applicati per regolamentarle. Però ci sono un paio di elementi essenziali che le accomunano tutte: la delimitazione precisa dell’area politica (un partito, una coalizione) che si propone attraverso di esse di selezionare i più adeguati rappresentanti di un sistema di valori e di proposte sostanzialmente condiviso al proprio interno; e una delimitazione altrettanto precisa dell’elettorato attivo, che di solito rappresenta la base di quest’area politica e dichiara di riconoscersi in questi stessi valori e in queste stesse proposte (il controsenso e i pericoli di eventuali primarie aperte sono stati ripetutamente presi in considerazione da chi le ha organizzate).

 

Dunque, veniamo ai nostri casi di questi giorni, e proviamo a studiarli sulla base di queste premesse.

Il Partito Democratico parla di primarie a Ragusa, a Modica, a Comiso, ad Acate (qui addirittura le ha già organizzate e fissate). Ma anche il PdL parla di primarie e tenta di riunire su questo buon proposito tutte le forze “alternative alla sinistra”. Fin qui, tutto potrebbe anche funzionare.

Ma tra Pd e PdL ci stanno in mezzo una miriade di movimenti territoriali, partiti che si sciolgono in progetti civici, progetti civici che nascono in polemica con i partiti, liste che si aggregano attorno a qualche piccolo capopopolo che ha fatto della politica una professione: pure loro parlano di Primarie, anzi scalpitano per organizzarle o per farsi invitare a partecipare. E sembra proprio che tutti quelli che ingrossano questo limbo – la loro storia parla “chiaro” (!) – potrebbero partecipare indifferentemente a Primarie di centrodestra o a Primarie di centrosinistra.

 

E allora, in questo clima segnato da una tendenza niente affatto latente al trasformismo e al trasversalismo, che fine fanno quei due elementi essenziali all’organizzazione delle Primarie? Sulla base di quali valori e proposte si delimiteranno le aree politiche entro cui tenere la consultazione? E come si individuerà la base dell’elettorato attivo, in modo che l’esito risulti attendibile?

Lo chiedo perché, se non si possono applicare con sicurezza le formule, difficilmente l’operazione darà un risultato corretto.

 

Il fatto è che le Primarie o trovano la loro forza nell’identità e nell’appartenenza, nel riconoscimento della visione politica e nella legittimazione reciproca di eletti ed elettori – il che garantisce la tenuta o addirittura il rafforzamento del soggetto politico che le promuove anche nel momento in cui una propria componente risulta inevitabilmente minoritaria e sconfitta – oppure trovano la loro forza solo nell’opportunismo elettorale, riducendosi a uno strumento come tanti per sperimentare fusioni a freddo e sommatorie di voti.

Il fatto è che le Primarie sono un metodo per selezionare la classe dirigente di un partito o di una coalizione, non un escamotage più civile di altri per impacchettare un inciucio e renderlo presentabile. 

Il fatto è che tra un matrimonio d’amore e uno d’interesse, la differenza è notoriamente sostanziale, ma tra un matrimonio d’interesse celebrato prima del voto – attraverso le Primarie – e uno messo su dopo il primo turno – attraverso gli apparentamenti – non c’è alcuna differenza.

Il fatto è che se per caso qualche partito, qualche movimento o qualche aspirante candidato avesse per caso un difetto di chiarezza nei propri punti di riferimento o un problema di legittimazione della propria leadership, o piuttosto l’esigenza di attirare su di sé l’attenzione mediatica o peggio ancora il dramma di dover evitare una frammentazione che gli impedirebbe di conquistarsi, se non la sindacatura, almeno un assessorato in prima battuta, mi vien da dire che questo partito, questo movimento o questo aspirante candidato potrebbe anche inventarsi un sistema meno subdolo per salvarsi la pelle: e così evitare di inflazionare e mortificare la bellezza della partecipazione e della condivisione che ci ha convinti finora a credere alle Primarie e a riaffezionarci un poco alla politica.

 

Cosa esce, questa volta, dal cono dell’imbuto? Non diciamolo, che essere malpensanti vuol dire tuffarcisi dentro e precipitare nella diffidenza.

Proviamo a girarlo, a guardare verso la prospettiva che ci dà più respiro. E diciamoci che in fondo saper copiare una buona idea è segno di intelligenza, che non si può fare di tutta l’erba un fascio, che dobbiamo saper avere fiducia e in ogni caso cogliere positivamente tutte le occasioni che ci consentano – da cittadini ed elettori – di poterci esprimere. E però promettiamoci – per non rischiare di illuderci e per avere rispetto di noi stessi proprio nella nostra qualità di cittadini ed elettori – che ascolteremo con un orecchio più attento e più critico tutti i discorsi che ci faranno in questi giorni, ricordandoci di quell’antico proverbio secondo cui “i più grandi mali provengono sovente dall’abuso dei più grandi beni”.