La banalità del bene

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“Lei, che cosa avrebbe fatto al mio posto?”.

Mi è saltata alle labbra questa citazione semplice e quasi scontata – il primo capitolo de “La banalità del bene” di Enrico Deaglio (peraltro in visita nella nostra vicina Scicli, nei giorni scorsi) – in queste ore in cui ci è capitato di leggere qualche buona notizia e a quanto pare ci è sembrata tutt’altro che banale.

 

Mi è saltata alle labbra osservando la reazione dei nostri lettori alla notizia, pubblicata martedì scorso, di un bimbo ragusano di 10 giorni che rischiava di morire ed è stato salvato da due agenti di Polizia, dopo che la madre aveva chiesto aiuto al 113 (leggi qui).

Da un lato sono orgogliosa di poter annunciare che, nella breve vita del nostro giornale (7 mesi proprio in quei giorni), questa è stata in assoluto la più letta (basteranno a testimoniarlo i 7,7 mila lettori che hanno cliccato “mi piace” su Facebook e i 205 commenti a seguire): almeno questo primato non tocca a qualche scabrosa tragedia o a qualche pettegolezzo politico.

Dall’altro però non posso non confessare di essere rimasta turbata da tanta “sorpresa” e da tanto coinvolgimento in una notizia che, alla fredda luce della cronaca, ci dice in realtà una cosa banale davvero, ma alla quale forse non siamo più abituati: che cioè due persone, due uomini, due lavoratori, due tutori dell’ordine, nel loro orario di servizio e con addosso la loro divisa, hanno fatto semplicemente il loro dovere.

 

Per puro caso in questi stessi giorni un certo Ion Purice, un autista rumeno, si è ritrovato a mettere di traverso il proprio tir al centro di un’autostrada per salvare la vita a una bambina. E per puro caso, sempre in quella benedetta, sterminata piazza che è Facebook, ho incontrato una riflessione non dissimile a quella che stavo maturando io, del collega giornalista Matteo Durante. Con il suo permesso, ne prendo in prestito uno stralcio:

“Ho fatto ciò che andava fatto”, punto. Semplice. È questo il commento di Ion Purice, l’autista romeno che ha messo il suo tir di traverso alla carreggiata per proteggere una bimba marocchina, catapultata contro il guard rail, dopo uno schianto in auto (leggi qui).
Tutto qui: basico, semplice. In una parola: normale. Ecco.
Forse è utopia da anime belle pensare (immaginare, sperare) che in un Paese (e in un mondo), attraversato da cinismo e amoralità abnormi, frasi così – dette a commento di gesti così – possano diventare normalità.
Un po’ come pensare (immaginare, sperare) che un giorno, in un Paese appena appena intollerante come il nostro, si possa mandare a quel paese un nero, senza per questo passare per viscidi razzisti. Paradosso vuole infatti che il razzismo avrà smesso di mordere quando si potrà dare dello “stronzo” a un nero, esattamente come già si fa, quotidianamente, nei confronti di un bianco…
Utopia da anime belle. Ma l’utopia si alimenta di sogni (e tensioni e speranze) irrealizzabili fino a quando qualcuno riesce a rendere normali cose che per tutti noi altri sono eroiche e impossibili. Le cose si cambiano cambiandole (o cambiando lo sguardo con cui le si guarda), dicono i saggi. E i saggi sono anime belle con qualche kilo di cultura attorno.
Quindi per poter pensare (immaginare, sperare) di trasformare nella normalità di tutti i giorni un gesto eroico, ecco, serve qualcuno che cominci a farlo, poi lo descriva come se fosse un gesto “da tutti i giorni” e infine lo trasformi in un esempio di semplice quotidianità.
Parafrasando (chiedendo permesso) il maestro Brecht: il rumeno Purice ci permette di sostenere che non è sventurata la terra che ha bisogni di eroi, quando questi non si ritengono tali.

 

Ecco, ora dirò una cosa che forse mi farà guadagnare 7,7 mila “non mi piace” su Facebook: mi tranquillizza pensare a quei due poliziotti per la semplicità con cui hanno fatto il loro dovere, senza badare alle conseguenti gratificazioni umane ed eventualmente divine, ma proprio perché quello era il loro dovere non riesco a pensare a loro come a due angeli venuti dal Cielo, né come a due eroi.

Il titolo di quel libro di Deaglio – “La banalità del bene”citava il titolo di un altro saggio, “La banalità del male” di Hanna Arendt: la giornalista ebrea che aveva partecipato ai processi di Norimberga, si era sorpresa di constatare come i gerarchi nazisti non fossero affatto dei mostri inumani, ma si presentassero piuttosto come uomini normalissimi, gente mediocre, uomini dall’aspetto banale e dalle idee altrettanto banali; allo stesso modo Deaglio ha raccontato la storia di Giorgio Perlasca, un impiegato qualunque che salvò oltre cinquemila ebrei ungheresi dalla deportazione e dall’olocausto, continuando fino al giorno della morte a considerare il proprio gesto come il dovere di qualunque persona normale.

 

E allora, come Perlasca al suo intervistatore, oggi più di tutto avrei voglia di chiedere personalmente, uno per uno, a tutte quelle migliaia di nostri lettori commossi dal coraggio di quei due poliziotti: “Voi, cosa avreste fatto al loro posto?”.