“1984, The big brother”: la disperazione dell’uomo vittima del sistema

69

Non è facile afferrare il messaggio di un autore futurista e visionario come George Orwell. A scuola riuscirono addirittura nell’impresa di farmelo trovare noioso, ma Eric Arthur Blair (1903-1950), meglio conosciuto come George Orwell, nei tempi drammatici a cavallo tra i due conflitti mondiali, ha saputo vedere fin dove l’ingegno umano si sarebbe potuto spingere, e le sue profezie nell’arco di mezzo secolo si sono avverate.

Uomo: essere incredibile capace di costruire perfino gli shuttle per andare a controllare cosa ci sia negli angoli sperduti dell’universo, ma capace anche di diventare schiavo della sua stessa magnifica tecnologia. “The big brother – Il Grande Fratello”, il sistema che ci osserva, ci segue ovunque siamo e qualunque cosa facciamo e che ci vuole addomesticati e servizievoli, ha ispirato lo spettacolo “1984”, portato in scena in due serate da sold out al teatro Vittoria Colonna di Vittoria dal coreografo e direttore artistico della Otrebla Jr Dance Company Alberto Poti. Al suo fianco Davide Massaro, insegnante e anima di “Teatro Danza” che più volte, nella presentazione di questo doppio evento, ha ribadito “Grazie ad Alberto sono tornato a respirare”. Libero dai condizionamenti tecnici che negli ultimi anni lo avevano privato dello smalto e dell’estro dell’artista che lo avevano portato ad inaugurare la sua scuola, Davide si è messo in gioco per la prima volta come regista, con quel pizzico di paura che proprio Orwell invita a sfidare e superare, perché tutto quello che desideriamo è oltre l’angoscia.

“1984 – The big brother” porta sul palco, in due atti, la disperazione dell’uomo che prova a sottrarsi al sistema. Una rete, una matrix che lo vuole ibrido: da un lato fragile come un uomo, dall’altro insensibile e freddo come una macchina, un robot che passa le ore della giornata a svolgere meccanicamente quello che, gli è stato inculcato, ‘va fatto’ per poi la sera arrivare sfinito e desideroso solo di richiudersi alle spalle la porta di casa, senza più pensare al mondo che continua a girare all’esterno e alienandosi, negandosi la natura di “animale sociale“. Chiusi nella nostra piccola zona di comfort ci sentiamo al sicuro, e per questo, come magnificamente portato in scena, ogni volta che andiamo nella luce si alza un grido di dolore e qualcuno ci costringe di nuovo a tornare nell’ombra.

La seconda parte dello spettacolo teatrale è un crescendo che culmina inLa chiamata” e “La pazzia, l’apice, la fine, il baratro da cui si può solo risalire, se si trova il coraggio e la forza di schivare un metaforico (non sulla scena) cappio tentatore, che in alcuni momenti di debolezza estrema rischia davvero di sembrare una corsia preferenziale verso la fine di ogni dolore.

“1984 – The big brother” è teatro contemporaneo, è danza, è emozione. Alberto Poti, dopo tante prestigiose esperienze all’estero, ha deciso di tornare per coronare un sogno e per dare una chance ai giovani talenti locali che vogliono danzare e far parte di una compagnia. Struggente interprete del personaggio nato dalla penna di Orwell, sul palco del Vittoria Colonna è stato affiancato da Laura Nobile, Greta Liguori, Ludovica Cappellini, Chiara Lombardo, Alessia Cancellieri, Benedetta Palacino, Tea Cappellini e Simona Scollo e diretto, come detto, da un eccellente Davide Massaro.

Il grande fratello ci sorveglia tutti, più o meno discretamente, e se la maggior parte finisce per nuotare in questo mare di apparente libertà, c’è chi l’obiettivo puntato addosso se lo sente e non lo tollera. Orwell non aveva lasciato ampi margini di ripresa all’umanità, Alberto Poti e Davide Massaro, invece, preferiscono sognare che un futuro migliore per tutti possa essere possibile. Ed infatti, dopo tanto nero, tanto buio e tanto rosso, arrivano tre piccole note di colore e leggerezza che ridanno respiro e prendono per mano lo spettatore portandolo verso una conclusione che sa di riscatto, sulle sensazionali musiche di Hans Zimmer che fanno da colonna sonora al messaggio finale all’umanità. Un monologo, un effluvio di parole in cui, tra tante, una su tutte risuona, afferrata come un bigliettino trascinato da un vento vorticoso insieme ad altri mille: happiness. Nonostante tutto, nonostante il buio, nonostante “il sistema”. Happiness.