“Fare musica ci incasina la vita, ma non possiamo farne senza”

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Ci sono artisti che hanno non una, ma mille storie da raccontare. Musicisti con uno sguardo sul mondo originale, unico, feroce e tenero al tempo stesso, penetrante. Quando si ha l’occasione di incontrarli dal vivo, ci si porta a casa un mosaico di impressioni, parole, suoni, idee che schiudono porte, aprendo prospettive nuove.

Ѐ quello che è successo sabato 27 novembre a The Globe, la sala per concerti ragusana dove spesso accade di ascoltare cose interessanti. Qui abbiamo incontrato Cesare Basile e Alfio Antico, due tra le personalità più significative della musica contemporanea italiana e non solo, con percorsi artistici molto diversi ma accomunati da una reinvenzione continua delle radici siciliane. Il concerto, che li ha visti per la prima volta insieme su un palco, rimarrà impresso nella memoria di chi c’era per l’intensità incredibile di una musica che può difficilmente essere descritta se non come tellurica e ipnotica, con i tamburi di Alfio Antico e la chitarra di Basile che portano da un’altra parte, parole e suoni viscerali, ancestrali, che parlano in modo immediato alla pancia per poi arrivare alla testa.

Prima del concerto, abbiamo partecipato a una chiacchierata amichevole tra i due musicisti e Stefano Meli, chitarrista blues ragusano e cofondatore di The Globe. “Cosa vuol dire oggi fare musica e portare in giro i concerti, nonostante le condizioni problematiche in cui versano molti degli spazi dedicati”, è il punto di partenza.

“Questa è la domanda che ogni musicista deve fare a se stesso a prescindere dalle condizioni storiche in cui si trova, è una domanda che si fa alla propria natura. Non è che ho scelto di fare il musicista, come si sceglie di fare l’avvocato o un altro mestiere. L’ho scelto perché per me era imprescindibile, una condizione senza la quale la mia vita sarebbe stata assolutamente vuota, inutile, triste”, risponde Cesare Basile. “Ѐ una domanda che ci si fa la prima volta quando si comincia, e la risposta può incasinare la vita. Nonostante mi abbia incasinato la vita non poco, credo che si tratti di essere quello che si è. Un musicista fa il musicista se segue quello che è.”

Alfio Antico è dello stesso avviso. Lui i tamburi se li costruisce da sé, e considera questo un dono che gli ha dato la natura, non una sua scelta. Al contrario, è il tamburo che è venuto a cercarlo, racconta. “Ho il ricordo di mia nonna che lo suonava. Il tamburo si è fatto costruire da me, lui mi ha creato. Ho girato il mondo con i tamburi, solo loro e me. Ogni tamburo ha la sua voce. Per me stasera fare un concerto con Cesare è emozionante, perché lui ha un linguaggio che mi appartiene. Ѐ diversa la punteggiatura tra di noi.”

La musica come necessità, dunque, e come linguaggio universale che ha a che fare con le proprie radici e con l’espressione dell’identità. Termine ambiguo, quest’ultimo, ampiamente strumentalizzato dal linguaggio della politica in un significato che lo chiude e impoverisce, distante da quello che invece gli attribuisce Basile: “C’è un’identità che è fatta di case senza porte e che ha a che fare con le tue radici, con le cose che hai imparato a conoscere da bambino, con quelle che geograficamente ti hanno formato, ma che proprio perché sono geografiche, per cui fanno parte di spazio aperto, accolgono, si mischiano, cambiano, si trasformano. Perché la cosa vera, che nessuno vuole ammettere, ma solo per ipocrisia, è che la tradizione è qualcosa in continua trasformazione, è cominciare ogni giorno quella cosa in maniera nuova, sapendo da dove vieni e soprattutto sapendo che, se accogli delle idee altre, le idee altre accoglieranno te, e lì si comincerà nuovamente la tradizione. Io credo che l’identità sia solamente una borsa piena di strumenti. Alfio, ad esempio, ha imparato a costruire i tamburi a partire da una conoscenza antica, che lui ha trasformato. Quelli che blaterano di identità da un punto di vista conservativo”, conclude Basile, “lo fanno soltanto per mascherare altri sottintesi che politicamente sono estremamente lontani dall’identità che rivendichiamo noi quando facciamo le nostre cose”.

La musica come scambio, dunque, un attingere dalla tradizione, rinnovarla e trasformarla in qualcosa di personale. Il folk, come il blues, è fondamentalmente questo. Un patrimonio comune di musica e canzoni di cui non si conosce l’autore e che sono state riscritte, ricantate e reinterpretate da ognuno. Anche i luoghi della musica sono spazi di scambio, come lo era un tempo l’aia nelle campagne, posto per eccellenza dell’incontro, dove la battitura del grano era accompagnata dai canti, in una perfetta armonia tra lavoro degli animali, delle persone e musica, come ricorda Alfio Antico: “Ricordo mio nonno, teneva in mano due muli e un cavallo e li faceva ballare per pestare il frumento. Quando ripenso a questo costruisco un tamburo sull’aia, su questa immagine. Questa è cultura”.

Sullo sfondo di queste riflessioni intorno alla musica c’è sempre la Sicilia, comune terra d’origine dei due musicisti da cui partire per andare altrove, per poi tornare e ripartire ancora o restare, metaforicamente quanto letteralmente. Come ha fatto nel suo lungo percorso Alfio, che “ha costruito la sua identità camminando, attraversando luoghi e culture altre”, dice Basile. Ma pur sempre una terra, la Sicilia, che è di tutti, di coloro che ci vivono come di chi ci passa soltanto, perché “i luoghi appartengono all’umanità, sono proprietà delle persone che li attraversano”, conclude Cesare.

E forse la musica, quella vera, è esattamente questo: bene comune dell’umanità, costruzione continua e corale di tante e tanti, spazio aperto e senza confini, ma con radici forti.