
Manca una settimana al Pride di Marina di Ragusa, in programma sabato 11 luglio. E, come accade puntualmente ogni anno, ancora prima che la manifestazione inizi, è già partita un’altra sfilata: quella dei desolanti commenti sui social.
“C’è ben altro per cui manifestare”. “La solita carnevalata”. “Che schifo”. “Non fate vedere queste cose ai bambini”. Frasi ripetute all’infinito sotto i post che raccontano i Pride che, in queste settimane, stanno attraversando tutta Italia. Commenti quasi identici, come se fossero copiati e incollati, che finiscono per dire molto più di chi li scrive che della manifestazione stessa.
La domanda, però, resterebbe sempre molto semplice: cosa toglie a chi non partecipa a un Pride? Cosa toglie la visione di due uomini o due donne che si amano?
Una manifestazione che non impedisce ad altri di manifestare per il lavoro, la sanità, la scuola o qualsiasi altra causa. È una giornata in cui centinaia di persone decidono di sfilare per rivendicare il diritto di vivere liberamente la propria identità, senza paura di discriminazioni o violenze. Che, visto il tenore dei migliaia di commenti in ogni angolo dei social, continuano ad esistere e, se possibile, ad aumentare.
Perché c’è sempre qualcuno che sente il bisogno di intervenire con indignazione?
Se “carnevalata” significa musica, colori, carri e costumi, allora ben venga: la festa è il linguaggio con cui una comunità, troppo spesso costretta a nascondersi, a stare nell’oscurità, rivendica la propria esistenza. Dietro quei colori ci sono storie di persone che hanno subito bullismo, insulti, emarginazione, licenziamenti, aggressioni o che ancora oggi fanno fatica a sentirsi accettate perfino all’interno delle proprie famiglie.
Poi c’è il classico: “Manifestate per cose più serie”. Da parte di chi non manifesta né per l’una né per l’altra cosa. Come se i diritti civili fossero un lusso. Come se il diritto di amare chi si vuole, di essere chiamati con il proprio nome, di non avere paura di tenersi per mano in pubblico o di non essere discriminati fossero temi secondari. Come se una società non potesse occuparsi contemporaneamente di più battaglie.
E infine arrivano i bambini, che “non devono vedere certe cose”. Ma quali cose? Persone che ballano? Che cantano? Che si abbracciano? I bambini, in realtà, non si scandalizzano quasi mai. Lo fanno gli adulti, che spesso proiettano sui più piccoli i propri pregiudizi. Un bambino vede persone felici, vede colori, musica, sorrisi. Le domande che eventualmente pone trovano risposte semplici: esistono persone diverse tra loro e tutte meritano rispetto.
Perché il pregiudizio non nasce spontaneamente. Si impara.
Naturalmente ogni grande manifestazione può avere eccessi, immagini provocatorie o momenti discutibili. Succede ai Pride, succede nei carnevali, nelle feste patronali, nei concerti, negli stadi e in tante altre occasioni pubbliche. Generalizzare partendo da qualche episodio significa ignorare il senso complessivo di un evento che, nella sua essenza, parla di uguaglianza e libertà.
Sabato prossimo Marina di Ragusa ospiterà il suo Pride. Ci sarà chi parteciperà con entusiasmo, chi guarderà da lontano e chi non sarà interessato. Ed è giusto così. Quello che dovrebbe far riflettere, però, è perché una manifestazione che chiede semplicemente rispetto continui a suscitare tanta rabbia in chi, da quella giornata, non perde assolutamente nulla.
La vera domanda non è perché esistano ancora i Pride. La domanda è perché, nel 2026, ci sia ancora chi considera scandaloso vedere persone chiedere gli stessi diritti degli altri.
Sabato 11 luglio l’appuntamento è alle 18.30 a Marina di Ragusa, nella piazza dell’area fitness, accanto alle giostre. Da lì, alle 19, il corteo si muoverà sul Lungomare Andrea Doria verso Piazza Torre. E poi festa fino a sera.
