
Potrebbe riscrivere una delle pagine più note della storia del pittore Olivio Sozzi (1690-1765) l’esito delle prime indagini scientifiche condotte sulla mummia attribuita all’artista. Gli esami radiologici e tomografici hanno infatti escluso la presenza di fratture ossee, un elemento che contrasta con la tradizionale versione secondo cui Sozzi sarebbe morto nella basilica di Santa Maria Maggiore di Ispica, dopo essere precipitato da un’impalcatura mentre ritoccava gli affreschi della volta della cappella dell’Assunta.
Lo studio è realizzato grazie ai finanziamenti del 5 per 1000 dell’associazione ANCoS Ragusa diretta dall’archeologo sciclitano Pietro Di Rosa e da Enrico Falla.
Il corpo mummificato è stato trasferito, adottando tutte le necessarie misure di sicurezza, nel reparto di radiologia dell’ospedale di Modica, diretto dal Dott. Oscar Cucè. Qui è stata sottoposta a radiografie digitali e tomografia computerizzata eseguite dagli specialisti del team di paleoradiologia Guido Romeo e Alessandro Causarano.
Le immagini hanno restituito il profilo biologico di un uomo di età compresa tra i 70 e i 75 anni, caratterizzato da un eccellente stato nutrizionale e da una notevole robustezza dello scheletro. Gli specialisti non hanno riscontrato tracce di stress biomeccanico riconducibili a lavori pesanti o particolarmente usuranti, un dato che suggerisce l’appartenenza del soggetto a un contesto sociale privilegiato.
A rafforzare questa ipotesi contribuiscono anche gli elementi emersi durante l’esame esterno del corpo, in particolare il pregio degli abiti e dei bottoni rinvenuti, ritenuti coerenti con la condizione di un artista affermato dell’epoca.
Il dato più significativo riguarda però l’assenza di lesioni scheletriche. Secondo gli specialisti, in medicina forense è estremamente improbabile che una persona deceduta in seguito a una precipitazione dall’alto non presenti fratture acute. Per questo motivo, gli esiti delle indagini mettono seriamente in discussione la ricostruzione, tramandata dalla tradizione e ritenuta da alcuni studiosi una probabile elaborazione ottocentesca, della morte del pittore. In alternativa, gli esperti non escludono che possano emergere interrogativi anche sull’effettiva identificazione della mummia.
Appare plausibile pensare ad una caduta sull’impalcatura stessa, tale da non creare fratture, probabilmente dovuta a quel male cronico di cui pare fosse affetto; ed in effetti le recenti ricerche sembrano confermare, per l’appunto, la storica, preziosa e commovente testimonianza, tramandataci da un suo discepolo, dal Padre Cappuccino P. Fedele da S. Biagio, anche lui pittore e letterato, che nei Dialoghi sulla Pittura, pubblicati a Palermo nel 1788, così dice testualmente: “Nel tempo che lavorava nella Basilica di S. Maria Maggiore, il suo cronico male di idropisia al petto lo ridusse più volte in pericolo di vita e quel popolo gli ottenne sempre di migliorare a forza di preghiere all’altissimo. Ma pochi giorni dopo aver terminato la bell’opera, attaccato di nuovo dal suo male, tra le lacrime degli spaccafornari cessò di vivere e fu compianto da tutti e onorato a tal segno coi funerali e lapide sepolcrale in detta basilica, che non vi è esempio nel Val di Noto di avere con dimostrazioni così significanti dimostrato l’affetto e l’attaccamento per uno virtuoso, cotanto pio, onorato e disinteressato cristiano“.
Le ricerche non si fermano. Nei prossimi mesi saranno eseguite ulteriori analisi di laboratorio per approfondire lo stato nutrizionale dell’individuo e verificare l’eventuale presenza di tracce riconducibili a intossicazioni di origine professionale. Gli accertamenti serviranno a definire un profilo bioantropologico sempre più completo e a fornire nuovi elementi utili per chiarire l’identità e le cause della morte dell’uomo mummificato.
