Monterosso Almo, la storia di Dolcetto dietro la statua

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Ieri abbiamo raccontato dell’inaugurazione della statua dedicata a Dolcetto, il cane che con la sua dolcezza è entrato nel cuore di Monterosso Almo e che oggi continua a vivere attraverso un’opera d’arte collocata nella villa comunale. Ma dietro quel monumento c’è una storia che merita di essere conosciuta.

A raccontarla a Ragusah24 è stata Antonella Roccuzzo, la donna che salvò Dolcetto non una, ma due volte, ricostruendo il percorso di un cane randagio diventato, con il tempo, un simbolo dell’intera comunità.

La storia inizia in una fredda notte d’inverno del 2012. Pioveva, faceva freddo e un cane magrissimo, impaurito e senza una casa vagava nei pressi della villa comunale.

Qualcuno decise di non voltarsi dall’altra parte. Gli venne lasciata una coperta per ripararsi dal freddo e il mattino successivo Antonella Roccuzzo e il nonno Ciccio lo portarono al sicuro.

Con pazienza e dedizione conquistarono lentamente la fiducia di un animale che, probabilmente, aveva conosciuto l’abbandono e la violenza. Poco dopo anche Gianni si affezionò profondamente a lui.

L’obiettivo era trovargli una famiglia. Grazie all’impegno dei volontari arrivò una richiesta di adozione da Bologna e il cane partì verso quella che sembrava una nuova vita.

Ma il destino aveva altri piani.

Dopo pochi giorni arrivò la notizia che nessuno avrebbe voluto ricevere: il cane si era smarrito. Antonella non si arrese. Insieme a una volontaria raggiunse Bologna e iniziò una lunga ricerca, distribuendo numeri di telefono e chiedendo informazioni ovunque. Alla fine arrivò una telefonata. Qualcuno aveva visto un cane che corrispondeva alla descrizione.

«Lo chiamammo e lui riconobbe immediatamente quella voce», ha raccontato Antonella durante il suo intervento. Quel momento segnò il secondo salvataggio di Dolcetto.

I due tornarono insieme in treno a Monterosso Almo. Ed è proprio durante quel viaggio che, simbolicamente, il cane trovò la sua vera casa: non fatta di mura, ma di persone. Da quel momento Dolcetto visse libero, diventando il cane di un intero paese. Passeggiava per le vie del centro, si fermava al bar della piazza dove riceveva sempre un biscotto, partecipava inconsapevolmente alla vita quotidiana della comunità e conquistava adulti e bambini. Tra gli episodi più commoventi ricordati da Antonella c’è quello del funerale di nonno Ciccio. Il cane si presentò in chiesa durante le esequie, come se avesse voluto salutare una delle persone che per prima gli aveva voluto bene.

Quando Dolcetto morì, il dolore fu condiviso da tutto il paese. Da quel vuoto nacque il desiderio di realizzare una statua capace di custodirne la memoria. Nel suo intervento, Antonella Roccuzzo ha spiegato come quel monumento non celebri soltanto un cane, ma rappresenti un invito a riflettere sul rispetto degli animali, sull’importanza dell’adozione e sul valore dei piccoli gesti di solidarietà.

«Gli animali non si abbandonano», ha ricordato, sottolineando come Dolcetto abbia avuto la fortuna di incontrare persone disposte a offrirgli una seconda possibilità, una fortuna che purtroppo non tutti gli animali hanno.

Oggi quella statua racconta molto più della storia di un cane. Racconta come un gesto di amore possa trasformarsi in un patrimonio condiviso e come un piccolo randagio sia riuscito, con la sua dolcezza, a lasciare un’impronta indelebile nella memoria di un’intera comunità.