San Giovanni, oggi la grande festa a Ragusa: tra storia e tradizione

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Il 29 agosto non è soltanto il giorno della processione del Patrono. Per i ragusani San Giovanni è una festa fatta di fede, memoria, famiglia e antiche consuetudini, comprese quelle gastronomiche

C’è un modo particolare di riconoscere che a Ragusa è arrivato il tempo di San Giovanni: non basta guardare il calendario o ascoltare le campane della Cattedrale. La festa si riconosce nell’atmosfera che cambia, nelle famiglie che si ritrovano, nei ragusani che rientrano in città e, soprattutto, nei ricordi che tornano a vivere insieme alle antiche tradizioni.

Oggi, 29 agosto, Ragusa celebra il proprio Patrono nel giorno del suo martirio. È il momento culminante di una festa che affonda le proprie radici nella storia religiosa e popolare della città e che, ancora oggi, rappresenta uno degli appuntamenti più sentiti dalla comunità.

Uno degli aspetti più suggestivi della festa è rappresentato dalla partecipazione dei fedeli alla processione.

Il simulacro di San Giovanni attraversa le strade del centro accompagnato da una folla che rinnova ogni anno un gesto antico: portare grandi ceri accesi, spesso come segno di una grazia ricevuta o di una promessa fatta al Patrono.

La tradizione racconta anche della presenza, tra i devoti, di persone che compiono il percorso a piedi nudi, come forma di devozione e di ringraziamento. È uno degli elementi che più raccontano il rapporto personale che molti ragusani hanno con il proprio Patrono.

Non è soltanto una processione, dunque, ma un insieme di gesti tramandati di generazione in generazione. Gesti semplici, ripetuti ogni anno, che permettono a una comunità di riconoscersi nella propria storia.

C’è poi un’altra tradizione altrettanto importante: quella del ritorno a casa. San Giovanni, per molti ragusani, è stata per lungo tempo una sorta di festa dell’incontro. Chi viveva fuori tornava in città, le famiglie si riunivano e la giornata diventava occasione per ritrovarsi attorno alla stessa tavola.

A Ragusa il rapporto tra una festa popolare e il cibo è particolarmente forte. Le ricette della tradizione non sono soltanto preparazioni gastronomiche, ma rappresentano una forma di memoria familiare: piatti che si preparavano nelle case, ricette tramandate dalle nonne e sapori associati a giornate particolari dell’anno. Tra i protagonisti, l’immancabile “iaddu co cinu”, (o gallina): una preparazione della tradizione gastronomica locale.

Il piatto è facile da preparare ma si deve seguire la ricetta originale che tra l’altro prevede l’iniziale cottura delle frattaglie, l’aggiunta di pangrattato, spezie, uova, per formare il ripieno che sarà poi inserito nella gallina da cuocere in brodo prima di servire assieme al contorno.

E accanto alle preparazioni legate specificamente alla festa, la tavola ragusana custodisce il patrimonio più ampio della cucina iblea: dalla scaccia ragusana alle altre preparazioni della tradizione contadina, fino ai dolci e ai prodotti che accompagnano le occasioni festive. Fino all’immancabile anguria.

È questa, forse, la caratteristica più particolare di San Giovanni a Ragusa: la capacità di mettere insieme dimensioni apparentemente diverse. C’è il Santo, la preghiera, la Cattedrale, il simulacro, il voto dei fedeli e la processione. Ma ci sono anche le bande musicali, le bancarelle, l’incontro tra le persone, la festa nelle strade e il momento conviviale.

Le tradizioni, in fondo, sopravvivono proprio così: non perché qualcuno le imponga, ma perché ogni generazione decide di ripeterle.

E oggi, mentre il simulacro di San Giovanni attraverserà ancora una volta le strade di Ragusa, insieme alla devozione torneranno a vivere anche quei piccoli riti familiari che non sempre finiscono nei programmi ufficiali, ma che forse sono la parte più autentica della festa.