
In Sicilia circa un bambino su sette non ha completato la vaccinazione contro la difterite. La copertura nell’Isola si ferma infatti intorno all’85%, lasciando senza un’adeguata protezione il 15% dei più piccoli, esposti alle conseguenze più gravi della malattia in caso di contagio.
A richiamare l’attenzione sul dato è l’Asnas, l’Associazione nazionale Assistenti sanitari, intervenuta dopo la morte a Palermo di una bambina di quattro anni e l’avvio da parte della Regione di una serie di misure per recuperare il ritardo nelle vaccinazioni.
L’associazione giudica positivamente i primi interventi della task force regionale, a cominciare dalla riapertura dell’ambulatorio vaccinale nel quartiere Zen di Palermo, rimasto chiuso dal 2019. Ma avverte che convocazioni obbligatorie, appuntamenti fissati d’ufficio e sanzioni alle famiglie inadempienti potrebbero non essere sufficienti.
Secondo l’Asnas, infatti, una parte consistente dei bambini non vaccinati non resta fuori dai programmi di prevenzione per una posizione ideologica dei genitori. Spesso alla base ci sono paura, disinformazione, difficoltà di accesso ai servizi o una fiducia ormai compromessa nei confronti delle istituzioni sanitarie.
Le sanzioni possono convincere chi non ha rispettato le scadenze per disorganizzazione, ma difficilmente riescono a raggiungere le famiglie più diffidenti. Per queste ultime servono ascolto, informazione e un rapporto diretto con gli operatori presenti sul territorio.
Le esigenze, inoltre, cambiano da una zona all’altra. Nei centri più piccoli può essere necessario promuovere iniziative capaci di sollecitare la richiesta di vaccinazione. Nelle grandi città, invece, il problema può essere rappresentato da un’offerta insufficiente o dalla distanza degli ambulatori dai quartieri più fragili.
Da qui la richiesta dell’associazione di investire stabilmente negli assistenti sanitari, impegnati nella chiamata attiva delle famiglie, nella verifica dello stato vaccinale e nel raccordo con pediatri, medici di base e scuole. L’obiettivo è trasformare i dati presenti nelle anagrafi sanitarie in contatti reali e percorsi di recupero.
Per l’Asnas, dunque, i controlli restano necessari, ma devono essere accompagnati da servizi capillari e da un lavoro quotidiano per ricostruire la fiducia. Una copertura dell’85%, davanti a una malattia che si riteneva ormai scomparsa, rappresenta infatti un livello ancora troppo basso.
