
C’è un momento in cui il calcio smette di essere soltanto una questione di risultati. Il Ragusa annaspa in campionato mentre fuori accade di tutto: dimissioni, annunci e comunicati che sembrano scritti apposta per alimentare interrogativi.
Prima le dimissioni del consulente sportivo Aniello Martone, poi la decisione della società di farsi da parte e infine l’appello agli imprenditori e ai tifosi, invitati a dimostrare quanto abbiano davvero a cuore le sorti della squadra. Una specie di gioco da tavola: la dirigenza esce di scena, il Comune viene chiamato in causa e la città dovrebbe trovare il finale della storia.
I comunicati arrivano attraverso Facebook, senza firma, senza un nome e in una sorta di anonimato creativo che raggiunge il punto più alto con l’annuncio delle dimissioni del consulente sportivo: nel “comunicato” non compariva neppure il nome del consulente che si era dimesso. Come annunciare le dimissioni dell’allenatore senza dire di quale squadra, oppure comunicare la cessione di un calciatore lasciando ai tifosi il piacere di indovinare chi sia.
L’ironia, tuttavia, non deve far perdere di vista la sostanza. Il Ragusa ha una storia, una tifoseria e una città che meritano ben altro. Una società sportiva dovrebbe garantire trasparenza, chiarezza e responsabilità, soprattutto nei momenti di crisi. Non può pretendere fiducia quando comunica attraverso testi anonimi e, contemporaneamente, chiede alla comunità di farsi avanti per salvare la situazione.
La strategia adottata sembra invece seguire una regola singolare: quando c’è da annunciare una difficoltà, parla un comunicato senza firma; quando c’è da trovare una soluzione, la parola passa alla città. Una divisione dei compiti decisamente originale.
I tifosi non hanno sicuramente bisogno di lezioni d’amore per la propria squadra. Hanno tutto il diritto di contestare, di chiedere spiegazioni e pretendere una gestione all’altezza. Non sono dirigenti di riserva da convocare quando le cose vanno male, né possono essere trasformati nei responsabili di una crisi che di certo non hanno creato.
E anche il Comune, da parte sua, può fare certamente la propria parte, favorendo il dialogo e cercando interlocutori, ma non può diventare il pronto soccorso permanente di una società privata.
Il Ragusa Calcio non è un profilo Facebook, non è un comunicato anonimo e non è un problema da consegnare al sindaco quando la situazione si complica. È patrimonio sportivo della città. E chi ha scelto di guidarlo ha il dovere di spiegare che cosa stia accadendo, assumersi le proprie responsabilità e indicare una strada credibile. E ha il dovere di metterci la faccia, il proprio nome e il proprio cognome.
Perché perdere una partita fa parte del calcio. Perdere credibilità è un’altra cosa. E se persino il nome di chi si dimette diventa un mistero, forse il problema non è soltanto chi lascia la società, ma anche il modo in cui la società racconta se stessa.
Ai tifosi e alla città resta una certezza: la maglia azzurra merita rispetto. Peccato che, in questa vicenda, l’unica cosa davvero riconoscibile sia l’assenza di risposte.
