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Archivio degli Iblei, l’esperienza al convegno di Pubblic history

Sono stati il dott. Andrea Nicita e l'arch. Ambra Tumino a presentare l'intervento "Work in progress per una storia di comunità" e l'Archivio degli iblei

ambra tumino

Oltre 500 gli studiosi universitari e gli operatori culturali, in gran parte stranieri, giunti a Ravenna per prendere parte alla prima Conferenza nazionale di Public History e in parallelo alla IV conferenza internazionale.

Ravenna ospita fino a venerdì una sorta di ‘stati generali’ della disciplina in ambito nazionale e internazionale diventando cosi “città della storia”. Grazie all’impegno del Dipartimento di Beni culturali, Università di Bologna, Campus di Ravenna, dell’Associazione italiana di Public History e Federazione internazionale di Public History in collaborazione con Fondazione Flaminia, nelle cinque giornate di lavori sono in programma oltre 90 panel, con un numero complessivo di 191 relazioni.

L’Associazione Archivio degli iblei (consultabile al sito www.archiviodegliiblei.it) è intervenuta al panel AIPH-44 dal titolo “Crowdsourcing, produzioni e progetti comunitari” coordinato dalla prof.ssa Enrica Salvatori (Università di Pisa).

A presentare l’intervento “Work in progress per una storia di comunità”, la pratica del crowdsourcing e l’archivio degli iblei sono stati il dott. Andrea Nicita, docente di Storia e Filosofia nei licei, e l’arch. Ambra Tumino, appassionata di storia e ricerca di archivio.

È grazie alla pratica del crowdsourcing che il progetto Archivio degli Iblei, nato nel 2012 come archivio digitale partecipato, si è andato via via arricchendo di sempre nuovi documenti iconografici e testuali oltre che di nuovi contributi di ricerca, testi biografici e storie di famiglia: un vero e proprio work in progress per una storia di comunità attraverso la partecipazione attiva dei suoi componenti. La pratica del crowdsourcing è anche alla base di originali eventi di public history, come l’evento teatrale “Oltre al fronte. La grande guerra e i paesi iblei”, giunto alla seconda edizione, e basato per lo più su documentazione proveniente da archivi privati come cartoline, quaderni di scuola, corrispondenza e fotografie.

Ma è anche attraverso la condivisione di foto, indicazioni geografiche e corretta denominazione, che è stato inoltre possibile incrementare lo studio sulla mappatura delle Ville negli Iblei, “documenti” del paesaggio rurale della storia economica, sociale, del costume e dei consumi dalla seconda metà dell’Ottocento alla prima metà del Novecento.

Strumento principale, ma non esclusivo, del crowdsourcing è il gruppo facebook, che conta ad oggi più di 3000 membri, un “luogo” in cui i membri della redazione dell’archivio, intervengono attivamente nel ruolo di public historian. L’archivio degli iblei è e vuole essere un punto di riferimento per chi opera nel territorio, un’occasione di visibilità oltre i confini regionali e nazionali, un originale esempio di positiva collaborazione fra enti e soggetti diversi.