Papa Ratzinger e la discesa dalla croce di ognuno di noi

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Fiumi di inchiostro si stanno consumando e si consumeranno nelle prossime settimane sulle dimissioni di Papa Ratzinger. Tutto il mondo, e non soltanto quello cattolico, è sotto choc per la singolare notizia. E di ciò non sono per nulla sorpreso se io, che di certo non mi reputo essere un cattolico modello, nel mio piccolo, non sono ancora riuscito a smaltire quella sorta di stordimento avvertito non appena appresa la notizia.  
Continuo a chiedermi a cosa sia dovuto questo stato d’animo. Non credo si causato soltanto  dalla unicità e storicità della notizia anche se ci troviamo di fatto a vivere, più o meno consapevolmente,  un evento che al pari dell’11 settembre 2001,  occuperà un posto di rilievo nei libri di storia degli anni a venire. Ho riflettuto molto e credo di averne compreso solo in queste ultime ore la vera forte motivazione che, nelle ovvie discussioni che l’argomento suscita, ho scoperto, per mia ventura,  appartenere a moltissimi.

Sorprende oggi, nella società in cui ci siamo abituati a vivere, che un capo di Stato, una altissima autorità religiosa, che assomma un immenso potere temporale e religioso, che un uomo in grado di incidere sugli equilibri della politica mondiale anche solo con una parola, ed anche solo con una parola di dirigere in un senso piuttosto che un altro milioni di fedeli in tutto il mondo, decida di rinunciare a tutto ciò, sgravarsi dai pesantissimi oneri e ritirarsi a vita privata.

Sconvolge  e disorienta il messaggio che una scelta così fortemente coraggiosa porta con sé, per la semplice ragione che è in assoluta controtendenza rispetto a all’idea dei vizi privati e delle pubbliche virtù e della infallibilità dell’uomo pubblico cui la società laica ci ha invece abituati. Papa Ratzinger, con un gesto dalla valenza storica e dalla portata mondiale ma allo stesso tempo dalla semplicità quasi banale, ha ricordato a tutti quanti che lui, al pari di noi tutti, è semplicemente un uomo. Un uomo con tutti i limiti, le gioie, le emozioni, le sofferenze, le azioni di qualunque altro uomo di questa terra. Non un Dio in terra ma un figlio di Dio, fallibile e peccatore. Ce lo ha ricordato costringendoci ad una forte riflessione. Non si può essere uomini per tutte le stagioni e sempre all’altezza dei compiti che ci vengono assegnati dal fato o, come direbbe un buon cattolico, dalla Divina Provvidenza  e non per questo essere considerati meno forti e capaci di altri.

Ci vuole coraggio ed altruismo nell’affermare: “lascio perché la mia debolezza potrebbe compromettere la salute dell’istituzione che rappresento”, mentre ci vuole altrettanta codardia ed egoismo nell’imporsi sempre e comunque anche senza considerare le grandissime ripercussioni  negative che le istituzioni potrebbero avere e che certamente hanno dall’essere rappresentate da uomini simili.

Volgendo lo sguardo alla nostra società  civile gli esempi abbondano al punto da sembrar di vivere quasi un dejavu quotidiano. A tutti i livelli. Dalle piccole realtà locali e  quelle regionali e nazionali assistiamo all’affannarsi di soggetti consunti, senza più alcune credibilità, la cui avidità e bramosia di potere sprizza da tutti i pori, soggetti che tentano di  continuare ad occupare quei miserabili posti di potere che fanno credere loro di essere onnipotenti:  non si accorgono, però, che è solo una pura illusione, una finzione del sistema poiché, non appena le avversità che la vita spesso presenta, intralciano  la loro effimera ascesa, di costoro il mondo che li ha circondati, idolatrati e, per certi versi resi anche onnipotenti, tutto d’un tratto si scorderà al punto da comportarsi come se non li avesse mai incontrati. Una sorta di  giusta punizione   per aver soltanto, in nome dell’amor proprio e dello  smisurato egocentrismo,  condotto al declino  una azienda o destabilizzato una istituzione.

Coloro i quali invece lasciano un solco profondissimo nelle coscienze e nella storia, un insegnamento di vera umanità, sono anche  gli uomini che come Papa Ratzinger, non senza tribolazioni dell’animo hanno avuto il coraggio di rinunciare, di fermarsi e di cedere il passo. Uomini dalla rara umiltà, uomini destinati ad entrare di diritto nella storia.

E in qualche modo fa sorridere come a  distanza di un secolo, qualora ve ne fosse ancora il bisogno, sia proprio un tedesco, ironia della sorte, a dimostrarci la imbecillità  della teoria della razza superiore ispirata dal misticismo nazista  che includeva teorie razziali e mitologiche secondo le quali i popoli germanici o più in generale di razza nordica fossero i diretti discendenti di una arcaica razza ariana, simbolo di perfezione psicofisica e di purezza di sangue. 

Di uomini che hanno avuto la determinazione e la lucidità di Papa Ratzinger, io ne ho conosciuto, purtroppo, uno soltanto nella mia vita. Non credo di essere tra coloro i quali egli annoveri come suoi amici. Ne ho apprezzato tuttavia, nel periodo in cui le nostre strade per ventura si sono incrociate, le profonde dote umane e criticato le inevitabili debolezze. Oggi ne apprezzo il coraggio e la forza di dire: Lascio. Lo apprezzo perché questa scelta dimostra anche nel piccolo della nostra comunità locale che  tutti quanti siamo semplici uomini e come tali dalla Croce, da questa Croce almeno, proprio perché semplici uomini, possiamo  scendere!!