Spaccio di droga in centro, rinvii e a giudizio e riti abbreviati per gli imputati

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Due rinvii a giudizio e due riti abbreviati per i tunisini che spacciavano droga nel centro storico di Scicli. Sono stati rinviati a giudizio M.Yassine 36 anni, difeso dall’avvocato Francesco Riccotti, e Jajda Saber 30, difeso dall’avvocato Rinaldo Occhipinti due dei quattro tunisini comparsi davanti al Gup Maria Rabini per rispondere dei reati di detenzione e cessione di notevoli quantitativi di cocaina, hashish e marijuana, acquisto e smercio di banconote false, e lesioni. Mentre Bhen Frady Kalifa 25 anni, difeso dall’avvocato Massimo Garofalo, e braccio destro di Mbarek Majed 33 anni, difeso dall’avvocato Alessandro Agnello, attualmente detenuto e presunto capo della banda dedita allo spaccio di droga nello sciclitano, hanno chiesto di essere giudicati mediante rito abbreviato. Processo che è stato fissato per il prossimo 30 maggio. A troncare la proficua attività dei sodalizio criminale che attuava  in pieno centro a Scicli, da tempo sotto controllo da parte dei militari dell’Arma, sarebbe stata un soffiata che avvertiva le forze dell’ordine della presenza di un corriere sull’autobus della linea Palermo/Modica. Era il 5 gennaio del 2011 quando i militari si fecero trovare alla fermata del bus e, individuato il corriere, lo bloccavano.Il tunisino B.F.K. riusciva a divincolarsi e, mollato il borsone col carico di sostanza stupefacente, acquistata all’ingrosso sulla piazza del capoluogo isolano, fuggiva perdendosi nel dedalo di viuzze del centro storico modicano rendendosi latitante. Episodio, quest’ultimo, che chiudeva il cerchio attorno alla banda specializzata nel commercio, all’ingrosso e al dettaglio, di droga di vari tipi. Proficue indagini, intercettazioni e pedinamenti durati circa un anno, troncavano la carriera malavitosa dei quattro extracomunitari.Secondo gli inquirenti si tratterebbe di un clan con un ingente giro d’affari che avrebbe addirittura permesso al presunto capo Mbarek Majed di crearsi in patria un vero e proprio tesoretto. Costui, infatti, spediva regolarmente i lauti proventi dell’attività illecita alla propria famiglia che, prontamente, provvedeva a gestirglieli e farglieli fruttare.