Un anno fa moriva Giovanni Guarascio. La figlia: “Qui solo indifferenza”

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Era la mattina del 14 maggio 2013. Gli ufficiali giudiziari che suonano alla porta di casa del muratore vittoriese Giovanni Guarascio per eseguire lo sfratto a seguito dell’asta giudiziaria, la rabbia che sale e degenera, un accendino, la benzina, le fiamme, la disperazione e la morte che sopraggiunge qualche giorno dopo, al termine di una lunga agonia nel letto di un ospedale catanese, il 21 maggio.

È passato un anno da quel tragico giorno. Un anno dal clamore, dall’indignazione, dagli attestati di solidarietà. Da un anno la vita di molte persone è cambiata per sempre. Quella dei tre figli di Guarascio, colpiti nell’anima, e quella della moglie e degli agenti di polizia che le ferite le portano sul corpo, oltre che nell’anima, perché se le sono procurate nel coraggioso tentativo di salvare la vita del 64enne quando era ormai una torcia umana.

“Mia mamma necessita ancora di cure continue e costose” racconta oggi Martina Guarascio, la terzogenita. “Mentre sono incurabili e inguaribili i dolori psicologici. Siamo tutti traumatizzati, abbiamo subito uno shock indescrivibile. In questo anno senza papà non abbiamo vissuto, ma sopravvissuto. Ci manca tutto di lui”. Un padre amorevole, il pilastro della famiglia, un uomo che guardava sempre avanti, nonostante le mille difficoltà economiche. Così Martina, la sorella Claudia e il fratello Antonio hanno sempre ricordato la figura paterna. “Ci hanno privato del suo amore e della sua presenza” continua “e lo hanno fatto solo per soldi, la cosa per loro più importante. Hanno preferito speculare sulla nostra personale tragedia, tanto simile a quella di molte altre persone, annientando i sacrifici che mio papà aveva fatto durante tutta la sua vita per assicurarci un’esistenza dignitosa”.

Per commemorarne la memoria e il sacrificio la famiglia Guarascio si è riunita alle 19.30 nella Chiesa del SS. Rosario. Una cerimonia privata che la moglie sente particolarmente dato che il giorno delle esequie lottava anche lei tra la vita e la morte, inconsapevole del fatto che l’atroce destino del suo compagno di vita si fosse già compiuto. Nessun momento istituzionale in città è stato organizzato per ricordarne il sacrificio, compiuto in nome di quella casa che aveva costruito nei week end, da solo, mattone dopo mattone.
“Mi sorprende” prosegue Martina nel suo amaro sfogo “il fatto che molta gente che vive nel nord Italia sia rimasta legata a noi e alla nostra vicenda e anche oggi si sia fatta sentire per darci la forza per andare avanti e per combattere affinché papà abbia giustizia. Qui, invece, abbiamo riscontrato solo indifferenza”.

A celebrare la Santa Messa è stato un prete di Castellammare di Stabia, vicino alla famiglia Guarascio sin dai primi momenti del dramma e giunto appositamente dalla Campania.