Elezioni Europee 2014: votare o non votare? Due direttori a confronto

1

Salvatore Cannata, direttore VRNews: Perché voto

Salvatore Cannata
Domenica 26 giugno 1983. La ricordo bene. Anzi benissimo. Sono scrutatore (è la prima volta). Ma soprattutto sono ELETTORE. Anche qui è la prima volta… Elezioni politiche.

Io come altri 1.066.979 italiani, decido di votare Partito Radicale. L’avevo promesso a me stesso nei cinque anni di liceo: “Il mio primo voto sarà radicale”. Lo faccio. Scrivo anche la preferenza (questa non ve la dico). E faccio arrabbiare qualcuno che ho frequentato bene per parecchi anni e che voleva che votassi DC

Al di là delle mie scelte di quel giorno, matura la convinzione che VOTARE SI DEVE; e da allora ad oggi, l’ho sempre fatto. Continuerò a farlo. Anche domenica prossima. Poco importante dire per chi. Molto più perché.

Perché votare è un diritto ma anche un dovere; perché il “potere” di delega è una delle poche cose che ci è rimasta. Perché si ha un bel dire del lamentarsi dopo se prima decidi di non far nulla per indirizzare, come ritieni più opportuno, chi ti governa.

Dirà qualcuno: Ma sono Europee… E allora? Sono consultazioni, sono elezioni, sono una possibilità che abbiamo per migliorare la nostra vita e, magari, quella dei nostri figli. Perché lasciarla ad altri?

Dirà qualcun altro: Ma tanto su’ sempri i stissi… Vero, più o meno. E dunque che facciamo? Ce ne stiamo alla finestra e li guardiamo gozzovigliare senza provare almeno a dimostrargli che, comunque, devono passare al nostro vaglio? Da quel lontanissimo 26 giugno ’93, ho sempre votato: nelle Politiche, nelle Amministrative, alle Regionali piuttosto che alle Europee. Se rinuncia ho fatto, è stato in occasione di qualche referendum che non ho ritenuto utile alla bisogna o dove, magari, ho optato per starmene sull’Aventino,”votando” il suo fallimento. Ma la “chiamata alle urne” per decidere nomi, simboli e ruoli di chi governa, l’ho sempre osservata. Ho “arrogato” sempre il diritto di “decidere” chi fosse il “mio” sindaco, piuttosto che il “mio” parlamentare o il ‘mio’ consigliere. Non sempre (anzi, quasi mai…) chi ho scelto ha ottenuto la delega che gli avevo “concesso”. Capita. Ma ciò, non mi ha mai distolto dalla voglia di andare a votare.

Perché è troppo qualunquistico tacciare di inutilità l’elezione in genere e, magari, questa in particolare. Né credo che, nello specifico, si debba dimenticare che l’Europa – se conosciuta, interpretata e, mi permetterete, ben “sfruttata” – è una risorsa cui attingere mai come di questi tempi. E farsi rappresentare là da gente capace, da partiti capaci, delegandoli noi in prima persona e non lasciando agli altri l’incombenza, mi sembra che sia un buon motivo per dedicare una decina di minuti di una (si presume) soleggiata domenica di maggio ’14. Il voto una conquista che i nostri nonni ottennero, lasciando sul campo molto più di quanto oggi possiamo immaginare; anche la vita. Non vado a votare per onorare loro (anche se non mi sembrebbe ragione da nulla).

Vado a votare per dare un presente a me stesso ed un futuro a chi verrà dopo di me. Mi sembra cosa buona e giusta. E se ho ancora voglia di votare, 31 anni dopo quel 26 giugno del 1983, vuol dire che le ragioni del mio “sì al voto”sono sempre forti e sempre molto, ma molto importanti. E poi, in ogni caso, anche se non andassimo a votare, qualcuno lo farà comuqnue e “loro” saranno comunque eletti. Meno si è in “cabina”, più possibilità ci sono di sbagliare le scelte.

Meditate gente, meditate…

Sabrina Gariddi, direttore di Ragusah24: Perché non voto

Sabrina Gariddi
Non è una questione di colori o di simboli
.
Il problema è rappresentato dal chi e dal perché il 25 maggio ciascuno di noi dovrebbe decidere di recarsi alle urne per esprimere la propria preferenza verso un candidato che, se eletto, sino al 2019 sarà tra gli otto membri, relativamente ai seggi che spettano alle Isole, che contribuiranno a rappresentare il Parlamento Europeo.

Notoriamente, e la storia non ci può smentire, le elezioni europee non hanno, in sé, un considerevole appeal tra la cittadinanza. Bruxelles è vista un mondo talmente lontano che non ci si avventura neanche a cercare di capire come funziona, tanto da poter anche decidere di non esprimere alcun voto e non recarsi alle urne. Io, con molta probabilità, a meno di colpi di testa dell’ultima ora, sarò tra questi.

Tra le tante le motivazioni che si potrebbero addurre, ce n’è una che mi frulla da qualche settimana in mente. In diverse occasioni mi è stato detto che le somme che vengono stanziate dal Parlamento Europeo per progettazioni varie e che verrebbero trasferite agli enti locali, previa seria programmazione, giacciono per tanto tempo nei conti correnti degli enti sin quando, in mancanza dei requisiti richiesti nella giusta presentazione della progettualità, alla fine, vengono rimandati al mittente. Si direbbe che in questo caso la responsabilità è degli enti locali, a qualunque livello, perché non riescono a fare programmazione e progettazione conforme agli standard richiesti. Ma, mi chiedo, qualcuno ha formato adeguatamente chi ha il compito di catturare fondi europei e fare una programmazione seria, di come va fatta?

A noi cittadini questo non riguarda… ma prima ancora di esprimere un voto, sarebbe meglio verificare se i candidati siano in grado loro stessi di comprendere il sistema e a cosa vanno incontro.

Mi si potrebbe obiettare che essendo un mondo nuovo e un meccanismo differente, c’è bisogno di tempo per capirne il funzionamento, per plasmare il sistema affinchè coloro che ci rappresenteranno riescano ad essere protagonisti e parte in causa pensante. Ma come facciamo a vigilare che ciò accada?

L’altra riflessione che mi verrebbe da fare è la seguente.

Se per un attimo mi fermo, faccio mente locale e mi chiedo: “Negli ultimi cinque anni quanti e quali sono stati gli eurodeputati che, nel loro ruolo istituzionale esercitato a tutti i livelli, sono venuti in provincia di Ragusa, anche se non erano del nostro territorio, a rendicontare il popolo ibleo (che comunque in qualche modo aveva contribuito alla loro elezione), rispetto quanto fatto, quanto era in programma, e cosa era inserito nella loro agenda?”

In compenso in questi giorni, c’è stato un nutrito parterre, tra uscenti e potenziali new entry, che ha fatto sosta qui, anche se per poche ore, raccontando la loro visione dell’Europa e quali i benefici che ne potrebbe trarre la provincia iblea o comunque la Sicilia, ma solo in termini teorici, ma pratici.

Al momento abbiamo solo le buone intenzioni e la storia di un recente passato che ci accompagna. Nei prossimi anni non sapremo, ma sin quando io non ho la contezza del voto che sono chiamata ad esprimere, mi asterrò dal farlo, non metterò un nome a caso ( alcuni mai sentiti tra l’altro), e non sarò tra coloro che hanno espresso un giudizio anche sulla politica nazionale. E sì, le europee sono anche un test sull’attuale assetto nazionale e su ciò che potrebbe accadere a breve negli scenari politici italiani. In modo contestuale sono anche un banco di prova per i governi regionali e per quelli locali. Insomma gli si attribuisce molto.

Allora in buon ordine mi ritiro, trascorrerò il fine settimana con i miei cari, non sottrarrò neanche un minuto per fare una cosa in cui non credo fermamente, e poi lunedi sarò regolarmente a lavoro, nella mia postazione in redazione, a scrivere asetticamente (come è bene che facciano i giornalisti) quale sarà l’esito delle urne.