Quando il jazz si fa show: Anne Ducros apre il Festival di Vittoria

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Anne Ducros al Vittoria Jazz Festival

Ammiccante, generosa, empatica, con in più quella dote che certe artiste hanno di saper usare la voce come un strumento lanciato all’improvvisazione: non poteva esserci scelta migliore di Anne Ducros per fare entrare il pubblico di Vittoria nella scatola magica del jazz da una porta accessibile e con un invito seducente.

Per la serata d’apertura della settima edizione del Festival, tappa ormai consolidata e imperdibile per gli appassionati del genere, Francesco Cafiso riporta in Sicilia quest’artista, che forse prima ancora d’essere una singolare jazz singer è di sicuro una talentuosa show woman, talento ben valorizzato dal progetto musicale che ha portato interamente sul palco e che lei stessa ha pensato come il puro divertimento di giocare ri-arrangiando tracce intramontabili: questo è il suo “Either Way: from Marilyn to Ella”, o forse si dovrebbe dire al contrario, “from Ella to Marilyn”, dato che è sulle larghe spalle della “first lady of song” che poggia la storia della canzone jazz al femminile. E certo, non si può nascondere che ogni nuova impresa su questo terreno sconti in partenza l’arditezza della sfida, ma di fronte al temperamento di Anne Ducros anche il pubblico più critico è vinto dal piacere dell’ascolto e anche da quello dell’incontro, davvero gustoso, con quest’artista che di francese non ha solo il nome né solo l’eleganza, ma anche l’istrionismo e una certa superba schiettezza.

Dopo un abbrivio soft con un grande classico come “You’d be surprised” memorabile proprio nell’interpretazione che ne fece Marilyn, Anne Ducros ha disvelato subito la potenza della sua personalità con un’intensa “Summertime”, ben supportata dall’intervento misurato ma sapiente della chitarra di Maxime Blesin. Il repertorio del disco è davvero gradevole per un ascolto rilassato, come dimostra la messa in sequenza di “My heart belongs to Daddy”, “You’d be so nice to come home to” (forse più celebre per altre interpretazioni che quella di Ella, da Chet Baker a Frank Sinatra), “I wanna be loved by you”. 

Necessaria e determinante, a questo punto del concerto, è stata l’incursione del sax scoppiettante di Francesco Cafiso, che si è risolta in un vero e proprio duetto con la voce-strumento della Ducros su “But not for me”, forse una delle performance più notevoli della serata. L’interplay sciolto e puntuale del quartetto formato, oltre che da Blesin alla chitarra, da Benoit de Mesmay al pianoforte, Gilles Nicolas al contrabbasso e Bruno Castellucci alla batteria, si è affacciato meglio che in altri passaggi in “Lullaby of Birdland” (ancora Ella) e in una davvero sofisticata interpretazione di “It don’t mean a thing (if it ain’t got that swing)“.

Proprio il senso dello swing non manca di certo a quest’artista, che tuttavia ha scelto di spaziare su un repertorio più eclettico, passando addirittura da un inedito “In entrambe i casi”, ballad di un romanticismo leggero leggero, fatta apposta per saltellare sulle note più acute del pianoforte, scritta per lei in italiano da Franco Battiato, alla bossa nova evergreen di Antonio Carlos Jobim con “Dindi”.
Per il gran finale, Anne Ducros ha riservato il meglio. Tra una bottiglia di Cerasuolo e i versi di Prevert, si è ripresa la sua lingua madre, ma al contempo ha dimostrato (finalmente) che non le servono affatto le parole da intonare: per chiudere il concerto le è bastato solo lo svolazzante ricamo – un vero 
scat in stile Ella – di questa sua voce che (quasi) tutto può.