Meritato il consenso raccolto da “Ifigenia in Aulide” messo in scena da Tiezzi

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Una rappresentazione nel segno della tradizione classica, seppur con interessanti personalizzazioni volte dal regista Federico Tiezzi. Ha riscosso il meritato tripudio “Ifigenia in Aulide” di Euripide che gode di una traduzione perfetta.

Una traduzione scorrevole (di Giulio Guidorizzi), senza i fronzoli di una lingua italiana incomprensibile di alcuni traduttori più o meno recenti. Immediata, secca, come sono i dialoghi terribili che parlano di un atto immorale ordinato dagli dei. Perché se è vero che Ifigenia poi si volatilizza e al suo posto muore una giovenca, non si può dimenticare che la giovane non torna più alla sua casa. Gli dei, che una delle donne dell’Aulide definisce “amici di coloro che amano”, rappresentano il capriccio e sono capaci di richieste “sacrileghe”.

Su questo asse l’intera tragedia si muove, e la regia sottolinea proprio l’elemento di inumanità di un gesto che – pur provandoci – Agamennone non riesce compiutamente a giustificare. Una scenografia ben fatta, con le navi greche ferme nelle bianche spiagge dell’Aulide, e poi un’ambientazione indiana, con splendidi costumi di Giovanna Buzzi. Coinvolgenti le musiche di mistero e di morte, frutto del lavoro di Francesca Della Monica e Ernani Maletta. Felicissima l’idea del dialogo finale tra Clitennestra (Elena Ghiaurov) e il marito Agamennone (Sebastiano Lo Monaco) inserito in un recinto di fuoco. Bravissima la giovane Ifigenia (Lucia Lavia) nel ruolo di eroina del proprio popolo, così come le corifee Francesca Ciocchetti e Deborah Zuin.

Un plauso su tutti agli allievi dell’Accademia d’arte del dramma antico. Una presenza non di cornice ma di autentico supporto per una rappresentazione a cui vale la pena assistere.