“Chiamatemi semplicemente zio Dino”. Racconto personale su Gesualdo Bufalino

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Gesualdo Bufalino è morto vent’anni fa, il 14 giugno del 1996.

Ma questo lo sanno tutti, come tutti sanno che grande uomo di cultura sia stato e quante opere abbia prodotto a cominciare dal 1978. Come tutti sanno che, grazie ai circa dodicimila testi che ha lasciato in eredità a Comiso, esiste la fondazione Bufalino, meta di turismo culturale proveniente da tutta Europa.

Ma per chi ha avuto la fortuna di conoscere Bufalino persona, c’è tanto altro da dire. Forse in tutti questi anni, si è dato poco rilievo alla sua vita reale, quotidiana, fatta di tante piccole abitudini immutate ed immutabili. Di gesti gentili, fatti in punta di piedi ma che hanno lasciato il segno in tutti noi che abbiamo vissuto accanto a lui giorno dopo giorno.

Infatti parlo del Bufalino che ho conosciuto io. Quello che ha vissuto dal 1970 al 1996 accanto a me…il mio vicino di casa.

Per me, per noi bambini, era lo zio Dino. Non credo che lo zio Dino avesse mai avuto tanta affabilità , tanta pazienza e tanta delicatezza di spirito con gli adulti, più di quanto non ne avesse con noi. Aveva sempre un sorriso e una frase divertente per ognuno. E quando , già più grandicelli, lo si incontrava per le scale, chiedeva sempre come andavamo a scuola. “Mi raccomando – mi diceva sempre – la vostra preparazione salverà il mondo!”. E quando, a volte svogliata, rispondevo che me lo aveva già detto, si illuminava di un gran sorriso e mi rispondeva: “Gutta lapidem cavat”.

Entrare nel suo studio era come entrare in luogo sacro. Non incuteva timore o soggezione, ma calma e serenità. Quella calma che derivava dal vedere trattare tutti quei libri come delle presenze vive. Lui me li descriveva, parlava di loro come di persone che ti fanno compagnia nella vita…e li aveva letti tutti! Ricordo che fu proprio nel suo studio che sentii per la prima volta in vita mia, un pezzo di musica jazz. Credo di avere avuto appena dieci anni. Rimasi incantata. Fu lì che conobbi le storie di Calandrino, Buffalmacco, Chichibio e altri ancora.

E fu sempre grazie a zio Dino che imparai ad amare la letteratura. Era il suo modo di raccontare, di parlare che affascinava più di ogni altra cosa, forse più delle stesse storie. Così, mentre lui parlava, io quasi vedevo tutto ciò che descriveva.

Potrei scrivere ancora per ore, raccontando tanto altro ma sarebbe troppo lungo. Mi fermo qui, con questa pennellata gettata casualmente su questo foglio di A4 in word che forse zio Dino non avrebbe mai usato. Lui usava foglio e penna. Al massimo la macchina da scrivere.

Passo ancora davanti a quel condominio dove ho vissuto i miei anni giovanili e dove oggi c’è una targa dedicata a lui. Passo e sorrido. Consapevole che ci sono persone che non moriranno mai.