Le leggi razziali, quelle donne precettate in provincia di Ragusa

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Le leggi razziali, donne precettate a Ragusa

Anna Maria Vivanti non aveva ancora trent’anni quando il 12 ottobre 1942 la consulta provinciale per la precettazione e l’avviamento al lavoro degli ebrei, nonostante le conclusioni della Questura datate 3 agosto dello stesso anno, decise che era abile al lavoro. Nata a Roma nel giugno del 1913, era una violinista, suonava al Bar Italia, nel capoluogo ibleo.

Nel carteggio custodito all’Archivio di Stato di Ragusa il suo nome compare in un documento che il Questore di allora inviò al Ministero dell’Interno che chiedeva “notizie” sulla donna. Era la prassi seguita dagli Uffici a seguito dell’emanazione delle leggi razziali lette per la prima volta da Benito Mussolini il 18 settembre del 1938, poi in seguito modificate.

Il Questore così scriveva al Ministro “La medesima non ha dato finora luogo a rilievi di sorta. Viene però sottoposta a cauta vigilanza”. Viveva in via Sant’Anna, era nubile e cagionevole di salute. Orfana di madre, il padre la lasciò cinque anni dopo la sua nascita per emigrare in America. Nonostante le condizioni di salute, fu avviata al lavoro nell’ottobre del 1942. Anna Maria non fu la sola a vedere il proprio nome riportato sul carteggio che intercorreva tra Questura, Prefettura e Comune per individuare, censire e “seguire” in modo costante i movimenti dei cittadini di origine ebraica.

Insieme a lei altre cinque donne compaiono in quegli elenchi, e tante altre persone dovettero più volte dichiarare di non appartenere alla razza ebraica. La stessa Vivanti produsse un certificato dello stato civile del Governatorato di Roma, con il quale “si rileva che a nome della predetta non risultano annotazioni di razza ebraica”. La donna produsse anche una dichiarazione della Parrocchia dei Santi Marcellino e Pietro di Roma, dalla quale risultava essere inserita nei registri parrocchiali, in quanto battezzata una settimana dopo la nascita. Quei documenti non le servirono a nulla. Il suo lavoro durò poco al linificio, perchè presentò dopo qualche mese un certificato che la esonerò dal lavoro: era incinta di cinque mesi.

Insieme ad Anna, avviata al lavoro al Linificio Siculo, che aveva sede legale a Ragusa, in via Emanuele Antoci, e stabilimenti tra il capoluogo e Santa Croce, anche un’altra donna di spettacolo. Orazia Pierina Ascoli, del 1907. Era stata una ballerina, i documenti della Questura la indicano come “appartenente a famiglia di artisti di varietà”. La prefettura riporta, invece, che era stata cantante. Aveva la sesta elementare. Abitava a Vittoria, dove conviveva con un uomo da undici anni quando, nel 1942, fu avviata al lavoro allo stabilimento tessile. Pare che prima della precettazione, si fosse spostata a Roma, ma tornò poi a Vittoria. Chiese ed ottenne di non dover lavorare nel capoluogo, ma di prestare la sua opera all’ammassamento di cotone nella città ipparina. Le tracce della mancata presentazione della donna al suo primo incarico, sono riportate in un documento a firma del direttore del Linificio, che si conclude con l’emblematico motto “Vinceremo”. E’ del 27 ottobre del 1942, appena due settimane dopo l’ok dato dalla consulta provinciale (presieduta dal Commendatore Edoardo Rotigliano, facente funzione di prefetto). Scrivendo al prefetto, il direttore del linificio “fibre e tessuti vegetali” scriveva: “In merito all’avviamento al lavoro degli ebrei precettati, ci premuriamo a comunicarvi che nella mattinata 26 ottobre si sono presentate al lavoro le nominate Anna Maria Vivanti e Arvati Rossana. La nominata Orazia Pierina Ascoli non si è ancora presentata. Facciamo noto che lavorando lo stabilimento solo due giorni a settimana per mancanza di energia elettrica, le stesse sono state avvertite di presentarsi il giovedì e il sabato. Vi relazioneremo sul rendimento e sulle possibilità di lavoro delle stesse dopo il periodo di prova”.

Chi era la terza donna? Rossana Arvati risiedeva a Scicli, ma era originaria di Ferrara, come la madre che, avendo superato i 55 anni, non veniva precettata per il lavoro. Rossana era arrivata alla terza classe ginnasiale. Neppure i problemi di salute convinsero la commissione ad esonerarla dal lavoro. Come scriveva la stessa consulta (della quale faceva parte il medico provinciale dottore Iliceto), la donna aveva “limitazioni della deambulazione… essendo stati in questa riscontrati postumi di paralisi dell’arto inferiore”.

Le “carte” dell’Archivio di Stato, raccolte anche in un volume curato da una scuola di Vittoria una quindicina d’anni fa con l’aiuto del professore Salvatore Battaglia, testimoniano come la situazione di queste donne non fu certamente paragonabile a quella di milioni di ebrei finiti nei campi di sterminio, ma fu sempre dolorosa. Il loro lavoro durò poco, perchè già nel gennaio del 1944 venivano ripristinati i diritti civili e politici per cittadini italiani e stranieri che erano stati dichiarati di razza ebraica. Da quel faldone d’archivio, emergono anche i casi di chi dovette subire i “controlli” sulla propria appartenenza. Numerose le dichiarazioni per attestare di non essere “ariani”. E tante le indagini, più o meno segrete, per scandagliare la vita dei presunti cittadini di origine ebraica. Ciò che, tuttavia, le carte non potranno mai raccontare è l’umiliazione, la sofferenza, il peso di quella persecuzione.

[Articolo del Giornale di Sicilia del 27 gennaio 2013]