Di nuovo insieme, famiglia Sharaf

148

Abdelmalek, il padre, e le figlie Helen e Hidaya sono arrivati in Italia un anno e mezzo fa, a Vittoria, in provincia di Ragusa. Hanno abbandonato casa, come oltre cinque milioni di siriani, perché travolti da un conflitto lungo ormai otto anni. Sono stati inseriti nel programma dei Corridoi Umanitari organizzati dalla Fcei, da Sant’Egidio e dalla Chiesa Valdese. Hanno deciso di separarsi dal resto della famiglia nella speranza di ricevere prontamente delle cure per la disabilità di Helen, costretta su una sedia a rotelle a vent’anni. Dopo diciotto mesi, finalmente, anche Amal, la madre, e i quattro piccoli figli, hanno raggiunto il padre e le due sorelle maggiori. Grazie sempre ai Corridoi Umanitari, anche loro hanno lasciato il campo profughi in cui vivevano, in Libano, e sono atterrati in Italia, insieme ad altri novanta rifugiati siriani in due giorni.

Abdelmalek ha sempre coltivato la terra. A casa propria, in Siria; a Cipro, dove era emigrato; in Libano, dove era scappato. E adesso, a Vittoria, lavora in un’azienda agricola della zona e coltiva pomodori. Helen e Hidaya hanno studiato tutto l’anno, impegnandosi al massimo e hanno ottenuto la licenza media dopo esami brillanti. Helen sogna di continuare a studiare e diventare, un giorno, medico. Hidaya invece non vede l’ora di raggiungere il promesso sposo, anche lui siriano in fuga dalla guerra, in Germania. Amal, la madre, per diciotto mesi ha stretto i denti lontano dal compagno, nonostante le discriminazioni che i siriani quotidianamente subiscono in Siria. Mohamed, il più grande dei figli rimasti con lei, ha quindici anni ed è cresciuto in fretta. Hivan non porta ancora il velo, ma è già una piccola donna. Abdul ha sette anni e Fawaz, l’ultimo, solo quattro: è nato in Libano, durante la fuga, perché l’amore resiste anche alle macerie e alla paura. Hanno contato i giorni, fatti di speranza e di preghiere, di ricordi e di telefonate. Adesso, finalmente, sono di nuovo tutti insieme.

Nawa, in provincia di Daraa, è la città in cui gli Sharaf sono nati e cresciuti. Al confine con Giordania e Israele, Nawa è una città del profondo sud che contava sessanta mila abitanti, come Vittoria. A Daraa, nel marzo 2011 sono scoppiate le proteste contro il regime di Al-Asad; quelle manifestazioni, represse con violenza, sono state la scintilla che ha portato alla guerra. In otto anni sono morti oltre mezzo milione di civili. E uno dei paesi più sviluppati del MedioOriente è andato irrimediabilmente distrutto.

A Vittoria la Diaconia Valdese offre accoglienza alla famiglia Sharaf e a tre giovani ragazzi siriani, all’interno del progetto dei Corridoi Umanitari. Inoltre, nella storica sede della Casa Evangelica Valdese, sono ospitati gli ospiti del progetto Sprar/Siproimi rivolto a rifugiati con disabilità fisiche e motorie o gravi malattie. E gestisce, nella stessa città, il progetto Sprar/Siproimi “ordinari”, in cui rifugiati e richiedenti asilo abitano in piccoli appartamenti indipendenti, studiano italiano e lavorano in aziende del territorio.

I Corridoi Umanitari organizzati dalla Fcei, da Sant’Egidio e dalla Chiesa Valdese, in soli due anni, hanno offerto la possibilità a oltre duemila siriani in fuga dalla guerra di migrare in piena sicurezza, senza finanziare trafficanti o rischiare di morire in mare. Hanno permesso di ricostruire vite spezzate dal conflitto più importante della nostra epoca. Sono un esempio, per tutta Europa, di quanto potrebbe e dovrebbe essere organizzato dai governi per salvare il maggior numero di vite, nel rispetto delle Leggi.  Un esempio ancora non colto appieno, e non esteso alla Libia, paese in cui migliaia di uomini, donne e bambini, versano in gravissime condizioni di privazioni e torture. Chi salva una vita salva il mondo intero.