Venerdì alcuni ristoratori iblei consegnano chiavi delle loro attività a Cassì

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Di seguito il documento diffuso a firma del comitato Ristoratori Uniti Siciliani

“L’8 maggio non possiamo protestare, anche se per una giustissima causa, nonostante previsto dalla Costituzione art.21, anche se distanziati gli uni dagli altri e indossando le mascherine e dunque nel rispetto di tutte le normative di sicurezza sanitarie dettate dagli attuali Dcpm. Ci denunceranno per assembramento! Questa è la risposta che abbiamo ottenuto dalla questura di Ragusa”.

Il comitato spontaneo che riunisce i ristoratori della provincia di Ragusa NON CI STA! Lo stesso si è riunito più volte in videoconferenza, per programmare le nuove iniziative della campagna di sensibilizzazione del governo, istituzioni locali, regionali e nazionali, sul gravissimo disagio vissuto dalla categoria che, come centinaia di migliaia di altre imprese dell’isola rischia il collasso finanziario.

Una rappresentanza del comitato “Ristoratori Uniti Siciliani” ha deciso di dar vita ad un’iniziativa pacifica e particolare che si svolgerà l’8 maggio alle 18 in piazza San Giovanni a Ragusa. “Ognuno di noi porterà una sedia, da sempre simbolo di accoglienza e gesto di ospitalità e indosseremo un camice monouso e una mascherina chirurgica con una “X” rossa stampata, questi ultimi a simboleggiare il grave disagio e l’insicurezza per un futuro ormai incerto e compromesso. L’iniziativa si svolgerà nel rispetto delle distanze di sicurezza, quella sicurezza sanitaria che a noi ristoratori preme tanto quanto quella economica. La nostra protesta si concluderà con la consegna al sindaco delle chiavi delle nostre attività.  Gli operatori economici della ristorazione locale non si sentono rappresentati attualmente da nessuna delle piattaforme aperte con il governo regionale e nazionale. Noi non possiamo assolutamente riaprire alle condizioni che ci sono state dettate. Magari lo possono fare i ristoratori dell’alta eccellenza, che hanno introiti ben diversi dai nostri. Noi produrremmo solo debiti e saremmo costretti a licenziare i nostri dipendenti e la nostra sopravvivenza sul mercato diverrebbe impossibile”.