Penso a tutte le Pasque della mia vita, e alle vostre

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Penso a tutte le Pasque trascorse. Quando la campagna era verdissima e mio padre cadde nella “saia” piena d’acqua e tutti ridemmo e lui voleva un bicchiere di vino rosso dopo, per rimettersi in forze. Quando i bambini si facevano trasportare dentro la carriola e si faceva una caccia al tesoro breve, velocissima, con regalo di cioccolata, perché in fondo ci annoiavamo. E io li guardavo e mi veniva un tremore, e non sapevo se ero felice. E forse sì e forse no. Poi ci veniva a tutti una gran fame, tagliavamo fragoloni e scaldavamo focacce. Ci dimenticavamo delle preghiere, gli uomini erano nervosi e tutti saremmo voluti andare a dormire dopo pranzo invece si raccoglievano asparagi. Avevo un vuoto dentro, un vuoto insulso. Cantavo, sì cantavo, per dimenticare. Come chi si scola una vodka.

Mio padre aspettava questi giorni tutto l’anno. Sentiva profumo di cibo ovunque. Preparava il vino per il pranzo. Andava in chiesa tutti i pomeriggi e tornava nervoso. Portava in casa fiori colti nella vallata, erbe selvatiche e amare, io starnutivo e sentivo odore di agnello al forno, la cipolla bruciacchiata e i tegami di coccio con il sugo grasso e denso. I santini benedetti messi in fila sul tavolo e le tante preghiere dette a voce altissima. Era felice. Era agitato. Io mettevo un vestito lilla e una giacca gialla di primavera sentendo freddo e attraversando il ponte sulla valle con orgoglio. Avevo scarpe colorate, avevo i giorni, ero senza futuro, il venerdì mi metteva paura l’Addolorata nel manto nero svolazzante, il mormorio lugubre nel silenzio denso. Il pane col sesamo al mattino. Le due città, il mare o gli Iblei, le chiese merlettate e il vuoto delle strade. Fummo questi, e molto altro.

Le pasque a Modica, fra cioccolata e biscotti caldi caldi, coniglio con aceto e olivelle verdi, le strade larghe e piene, le chiese ricciolute aperte con l’odore dell’incenso, cannoli col velo dello zucchero, negozi e luci sul costone, case su case e il bello dei giorni. I figli per mano, il mio passeggiare breve, il cielo azzurro che scuriva tardi. Il vento sugli alberi. Modica brillava. L’odore della ricotta profumata di cannella, il dopopranzo pesante che induceva al sonno, la voglia di ritornare a casa e pensare ai giorni che sarebbero venuti. Il divano ad accogliere la fine della domenica, il bagliore degli occhi dei figli, gli abiti smessi e buttati sulla sedia, le scarpe in un angolo, il libro e i giornali in attesa. Ma non tornerei a quei tempi. Fu quel che fu. Anche se oggi ho questo poco, chiuso fra le stanze, perché fu vita quella ma oltrepassata dagli anni. Che sia il presente ciò che piace. Ero felice poi, in quell’allora?

Ad ogni Pasqua io e mio marito litigavamo. Lui si perdeva per la campagna e tornava dopo tanti richiami miei – la voce alta che diceva il suo nome e si spandeva fra gli eucalipti e gli ulivi – distratto e odoroso di erbe. Io intrattenevo gli ospiti, c’erano profumi in cucina, la cannella sulla ricotta, il basilico nelle focacce, il rosmarino e la menta. Tagliavamo fragole, il limone appena colto e spremuto sopra, che inondava la stanza, aspro e pure dolce. Attendevamo di metterci a tavola, una tovaglia azzurra e il cielo carico di vento, le fronde che sbattevano, i capelli di mia figlia scappati all’elastico, i suoi occhi celesti come il rigo del mare che si scuriva all’orizzonte. Parlavamo assaggiando un po’ tutto, e mi veniva il senso del vuoto, la voglia di non lavorare, il desiderio di guarire – la felpa fiorata come il mazzolino che i bambini avevano appena colto andando per i campi. Tornavamo in città che era già tramontato. Ritrovavo il mio letto, le mie cose, il sonno dei figli stanchi, l’allergia infuriata e l’allegria che si era spenta da tempo. La casa al mare lasciata di fretta, le sedie accatastate, l’umidità nelle ossa e il suo odore, la grande veranda dimenticata e vuota. La casa in città, la festa finita, il disordine e la stanchezza, la notte che metteva fine a tutto. A tutto.

Questa Pasqua diversa, questi giorni invecchiati, piegati, col respiro soffocato. Mai da dimenticare. E noi, come indifesi nel blu delle nostre case. Dio, qualunque Dio, parla nella notte.