L’esterofobia del modicano medio

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Bisogna dire la verità sui modicani e sul loro – sul nostro – carattere. Non una verità di quelle gigantesche, intendiamoci: una cosa abbastanza misera, volendo, di cui nemmeno ci vergogniamo troppo (a patto di non sentircela rimproverare da qualche “straniero”).

Bisogna dirlo che siamo proprio dei testoni orgogliosi e che, in quanto tali, diventiamo subito ottusamente diffidenti di fronte a qualunque novità – non importa se positiva o negativa – minacci di alterare lo stato delle nostre cose e soprattutto la certezza incrollabile che non possano venirne di migliori.

 

Sì, lo so, la storia dei siciliani che odieranno sempre chi li vorrà svegliare dal loro sonno, sia pure per portar loro i più bei regali, l’avete già letta nel Gattopardo. E non vi preoccupate: non intendo riproporvela.

Ma in questi giorni la vicenda di Valerio Molinari, che ha deciso di chiudere il Mono Resort Beach Club di Maganuco dopo aver fatto – qui e prima ancora a Modica – degli investimenti giganteschi, mi ha ricordato quanto riusciamo a diventare feroci, certe volte.

Molinari ha scritto una lettera ai colleghi di ragusanews.it e leggendola mi sono accorta che – se avesse fatto a me quel suo racconto esasperato, di chi per troppo tempo si è sentito dir dietro cattiverie tipo “Quello lì è arrivato dal Nord a fare il fenomeno” – non avrei trovato un solo argomento per controbattergli: “Io sono un cittadino italiano – ha scritto – e Modica è un comune italiano dove ho investito sudore, fatica e soldi. Negli anni ’40 il Piemonte è decollato e con esso l’economia grazie a migliaia di immigrati del sud Italia e non mi pare che qualcuno a Torino se la sia presa! Ringrazio nuovamente e pubblicamente le persone che hanno creduto nel nostro progetto e quelle pochissime che mi avevano messo in guardia su questa strana Modicanità, e detto da loro che sono Modicani mi suonava strano. Ma ora comprendo. Scusate il disturbo…”.

Ieri il sindaco ha provato a rassicurarlo (abbiamo pubblicato la risposta): “Senza nascondere che la sua amarezza e la stanchezza di non essere compreso sono condizioni che conosco e capisco, spezzo però una lancia a difesa dei miei concittadini e – rappresentandoli tutti, nei loro pregi e difetti – le dico che la maggior parte di loro sa apprezzare l’entusiasmo di un sogno e la fatica dello sforzo che ci vuole a realizzarlo e sanno essere grati per questo”, gli ha detto.

 

Io non so quanti di voi si ricordano cos’era Maganuco fino a due o tre anni fa, prima che qualcuno ci arrivasse per puro caso e si convincesse per qualche inspiegabile motivo che questa era la spiaggia più bella del mondo o che, almeno, era possibile renderla tale. Io non lo ricordo con precisione, proprio perché era tale il senso di squallida desolazione che mi assaliva quando mettevo piede in quel posto, che preferivo non andarci affatto. Ricordo però, molto bene, cosa è diventata e perché io – e molti altri insieme a me – l’abbiamo in men che non si dica trasformata in un luogo prediletto.

E immagino perfettamente cosa dev’essere successo, alle spalle di quello chalet: quanti villeggianti (magari in una delle loro magnifiche ville abusive) hanno sentito la loro quiete irrimediabilmente minacciata, quanti si sono lanciati in congetture sugli affari del signor Molinari, quanti si sono sbizzarriti nelle più fantasiose illazioni e poi sono arrivati a crederci al punto da esporle alla Procura, e quanti hanno studiato a tavolino tutti i modi per rendergli la vita impossibile.

Siamo capaci, noi modicani, di tutto questo. Ci diamo tante arie da esterofili e siamo invece degli inguaribili esterofobi.

 

 

La provincia! Piena di sogni di evasione e spietata con chi cerca di realizzarli”, scriveva Montanelli in uno dei suoi diari, tra i suoi viaggi.

Ecco, spietati è l’aggettivo giusto per noi, in casi come questi. 

Ma l’esterofobia non è spietata solo nelle sue manifestazioni esteriori, nell’aggressione degli altri come assurda forma di protezione di sé stessi: è spiegata anche con chi ne soffre, che non si libererà mai dalla soffocante camicia di forza della più piccina provincialità.

 

E allora – siccome ci siamo detti di provare a guardare le cose nella prospettiva più ampia, tra le due possibili dell’imbuto – io vorrei dire a Valerio Molinari che da modicana mi vergogno un po’ per quello che è successo e gli chiederei volentieri scusa se questo potesse servire, ma non posso farlo perché mi sento di appartenere a quell’altro gruppo, quello delle persone che sanno essere grate. E vorrei chiedergli di non andarsene da Maganuco. E vorrei chiedergli se il suo amore per questa città può essere abbastanza grande da avere pazienza con lei. Il fronte di quelli che la sostengono è molto molto numeroso: vedrà, convinceremo anche gli altri!