“A un tratto ci si accorge di quella cosa che chiamiamo pensare”: Addio a Sgalambro. La sua ultima intervista

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sgalambro3Forse questo lo si scoprirà solo vent’anni dopo la mia morte, non che questo mi faccia affrettare a morire!”, mi aveva detto Manlio Sgalambro alla fine della nostra lunga conversazione, quella che oggi mi mette nell’imbarazzo di sapere di essere stata l’ultima a pubblicare una sua intervista. Me lo aveva detto a proposito di un brano del suo “De mundo pessimo”, dove la bellezza, a suo dire, è di quelle che vanno appunto scoperte, scavando, come a tirar fuori una scultura dal marmo.
La immaginavo da anni, quest’intervista, e chissà perché non mi ero mai decisa a chiedergliela. Poi un giorno, senza un motivo particolare, mi sono convinta. Ho cercato il suo numero sull’elenco telefonico e la sua governante me l’ha passato senza cerimonie: “Certo che mi fa piacere, venite pure lunedì pomeriggio – mi disse, senza preoccuparsi delle mie credenziali -, almeno mi fate passare un poco di tempo”. Era un po’ stanco, infatti, e scriveva solo di mattina. Il pomeriggio lo passava leggendo o guardando la televisione – “Solo Sky arte, perché il resto fa schifo”.
A parlare di quel libro ci arrivammo dopo un lungo braccio di ferro – così sembrano, certe interviste, quando l’intervistatore deve lottare con se stesso per non farsi vincere dall’inadeguatezza -, quando gli chiesi se ci fosse un suo testo nel quale potesse confessare di sentirsi in qualche modo “svelato”. Lui insisteva nel parlarmi del suo tentativo di scrivere “libri senza autore, o di un autore in una continua negazione di se stesso in questa qualità”, mentre io insistevo nel dimostrargli come ogni sua parola fosse impregnata di una personalità fuori dal comune, quell’ostentato cinismo, l’esercizio intellettuale del nichilismo. “Questa sua osservazione la riutilizzerò”, mi rispose – finalmente sorridendo – quando lo rassicurai sul fatto che la sua prima casa editrice si era “ossificata” certamente più del suo pensiero, e che poteva osare continuare a cambiare.

Il grande pubblico ha conosciuto Manlio Sgalambro per la sua amicizia con Franco Battiato, per cui ha scritto le canzoni di almeno sette album. Qualcuno lo ricorda anche per il riadattamento filosofico di “Accetta il consiglio”. Ma Manlio Sgalambro, lungi dall’essere un paroliere, è stato innanzitutto uno dei più importanti filosofi del Novecento italiano. Orgogliosamente nichilista, allievo ideale degli scritti di Friedrich Nietzsche ed Emil Cioran, Sgalambro non ha studiato per diventare filosofo: lo è stato, e basta. “L’incontro con la filosofia – mi ha raccontato quel giorno, rifiutandosi di ripetere per l’ennesima volta l’aneddoto leggendario di quei due volumi di Schopenhauer comprati al porto alla fine della guerra, quando dalle barche degli alleati capitava di veder scendere di tutto, insieme ai pacchi di pasta e ai salumi – è un modo di raccontare le faccende che non regge la sostanza delle cose. A un tratto uno si accorge che le cose su cui ha puntato gli occhi o le mani suscitano una reazione diversa. A un tratto ci si accorge, insomma, di quella cosa che chiamiamo pensare. Naturalmente bisogna calibrare bene anche questo termine, bisogna vedere quali sono le sfaccettature del pensare”.

Mentre parlava scorrevo con lo sguardo i dorsi dei libri che ci circondavano in quella stanza, cercando di indovinarne i titoli: rare edizioni di Voltaire, introvabili traduzioni del Don Quijote. Li ha accumulati con rispetto ma senza venerazione, impilandoli a file di due sugli scaffali altissimi della sua biblioteca: tanto che un antico volume, comprato da giovane con qualche risparmio, era finito chissà come sul tubo del condizionatore, a pochi centimetri dal manifesto ingiallito de “Il Cavaliere dell’intelletto”, il primo libretto scritto per Battiato. “E chi lo deve prendere più – mi disse – resterà lì per sempre, in bilico, ma non cadrà”.

Non cadrà, come non è caduto lui, questa mattina, alla vigilia dei suoi 90 anni, dopo una vita formidabile, attraversata con lo sguardo irridente fino a diventare sprezzante, un’ironia acuta, talvolta crudele, ma sempre  elegante. Non è caduto perché il pensiero non cade, attraversa i millenni: e il suo lo farà, con la potenza di pochi altri, trasformando sin d’oggi il dolore per una morte nell’immensa gratitudine per la generosità di una vita.

LEGGI QUI L’INTERVISTA A MANLIO SGALAMBRO SULL’ULTIMO NUMERO DI FREETIME

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