L’estate a Marina (di Ragusa): una volta qui era tutta movida

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Immagine di repertorio

Un mercoledì qualsiasi, di metà luglio.
C’è stato un tempo in cui, in una serata come questa, mi sarei preparata davvero per benino.

Doccia alle 20.30, un’ora di trucco e parrucco e poi la scelta dell’abito più adatto alle occasioni che i numerosi locali della movida ragusana mi proponevano. Forse, verso le 23, sarei stata pronta. Davanti a me solo l’imbarazzo della scelta.
C’era una serata per ogni esigenza, mancava quasi che ti propinassero la garanzia soddisfatti o rimborsati.
Ti piacciono i caraibici? Ecco il locale giusto per te! Adori il raggae? Il pop? La dance? Ecco la serata che fa per te! Vuoi semplicemente scambiare quattro chiacchiere sotto le stelle con un drink in mano e un po’ di musica live in sottofondo? Anche in questo caso: ecco la serata giusta per te!

E questo succedeva dal lunedì alla domenica e dalla domenica al lunedì! Tempi che furono…
L’estate 2014 a Ragusa la possiamo già archiviare sotto un solo titolo: la movida che non c’è. È la vittoria di chi, per anni, ha combattuto la propria guerra personale contro i “giovinastri” che (vedi tu, quale “assurda follia”…) affollano il lungomare e gli chalet in spiaggia nelle calde serate estive in cerca di divertimento. Residenti e villeggianti pronti ad alzare il telefono per allertare le forze dell’ordine e costringerle a catapultarsi nei lidi in riva al mare non appena la musica oltrepassava le barriere di legno e bambù.

Adesso possono finalmente dire addio a telefoni fissi e cellulari. Li usavano solo per quello, in fondo, e non servono più. Non c’è più nessuno da chiamare, non c’è più niente da denunciare, semplicemente perché non c’è più nessuno! Possono finalmente godersi il fresco e il silenzio sulla loro elegante veranda in riva al mare assaporando la bellezza del litorale ibleo.
I rompiscatole, i vagabondi, o, più semplicemente, i ragazzi, sono altrove. La disoccupazione li aveva già costretti, quando l’estate era ancora lontana, a lasciare la propria terra e adesso che potrebbero tornare per le vacanze preferiscono starsene dove sono perché tanto qui c’è davvero poco da fare e da vedere.
I pochi che fanno, comunque, una capatina non resistono (e come dare loro torto?) più di un paio di settimane. Poi prendono l’auto in cerca di una provincia vicina che li capisca e dia loro accoglienza e uno status di “rifugiato del sabato sera” oppure salgono sul primo catamarano per Malta e, con la fame di divertimento che hanno, non badano nemmeno al mare in tempesta e ai soldi buttati.

Sono lontani i tempi del Koala (quello originale!) e della discoteca fino all’alba, lontani i tempi dei falò sulla spiaggia. Adesso per ogni cosa c’è una norma, un cavillo, un regolamento, un’ordinanza, una legge. Aspettiamo solo quella per l’ora della passeggiata e quella per poter prendere il sole.
Le chiamano “ordinanze anti-rumore” e il loro scopo primario è quello di garantire a tutti un’estate sicura e tranquilla. Beh, hanno raggiunto il loro scopo. Decine di bar, pub, lidi e ristoranti non si sono presi nemmeno il disturbo di alzare la saracinesca onde evitare di fare rumore. E nella tranquillità della mia serata mi ritrovo a pensare che l’unico suono che si alza, ribelle, nell’aria, è quello delle campane della chiesa vicina che segnano il passare inesorabile delle ore.

Accidenti, che fastidio! Un’ordinanza anche per le campane no? A me disturbano! Ogni volta, appena sto per appisolarmi in veranda, iniziano a suonare! Non si potrebbe fare un regolamento per farle suonare, che ne so, ogni 4-6 ore? Il resto del tempo mi attrezzo con un orologio se voglio sapere che ore sono! Potrei chiamare le forze dell’ordine e chiedere loro di parlare col prete oppure qualche consigliere, qualche assessore…sono amici, vuoi che non mi facciano questa cortesia?

Un tempo, in un mercoledì di metà luglio, le campane della chiesa sarebbero state il mio ultimo pensiero. Ma siamo nel 2014 e la provincia di Ragusa non è più una provincia per giovani. Abbiamo perso una battaglia che nessuno ci ha detto di dover combattere mentre qualcuno, in silenzio, affilava le armi e bombardava di chiamate e messaggi chi di dovere.
Un mercoledì qualsiasi, di metà luglio. Io vado a dormire