In memoria di Lorenzo, 20 anni dopo. La sua morte sconvolse Modica

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Dentro il raccoglitore che si porta dietro, c’è la trama di un amore che il lutto ha dovuto trasformare, ma non ha potuto spegnere.
Fili di legami, parentele, amicizie, che si vanno stringendo intorno allo stesso ricordo: un grande vuoto e l’impossibilità di riempirlo con una semplice rassegnazione.

Giuseppe La Monica custodisce queste lettere, oltre duecento, come un regalo prezioso che la vita gli ha fatto, dopo avergli tolto quanto aveva di più caro al mondo: oggi è il 10 settembre e sono passati vent’anni da quando suo figlio Lorenzo è morto o, come direbbe lui, da quando gliel’hanno condannato a morte.
“Era un sabato”, ricorda. “Erano da poco passate le 17.00 quando un arresto respiratorio lo ha stroncato. Proprio quella mattina mia moglie mi aveva suggerito di portarlo altrove, dove fossero in grado di capire e di curarlo. Ma in breve non ci fu più nulla da fare”.

Lorenzo La Monica aveva 23 anni, quel 10 settembre del 1994, quando morì all’Ospedale Maggiore di Modica per botulismo non diagnosticato, dopo pochi giorni ricovero. “I medici si convinsero che si fosse drogato. Ma mia moglie lo assisteva ogni minuto e vedeva che aveva gli occhi dilatati e difficoltà a respirare. Con quei sintomi, le patologie che potevano entrare in diagnosi differenziale con il botulismo erano davvero poche, e tutte escluse da altri elementi: non potevano esserci dubbi, eppure non ci fu verso di salvarlo”.
Il signor La Monica parla come un esperto, dopo vent’anni passati a consultare testi e a chiedere pareri agli specialisti di mezza Italia, da fornire poi agli avvocati a cui sin dal primo momento ha chiesto di fare giustizia.

Ma da allora Lorenzo è stato ucciso molte volte, prima da quello che ormai è un acclarato caso di malasanità e poi da quello che è diventato un ordinario caso di malagiustizia. Il processo penale che ha portato ad accertare le responsabilità sulla sua morte – chi aveva inscatolato i funghi, chi glieli aveva messi in un panino in un supermercato di Marina di Modica e i medici che non furono in grado di diagnosticargli il botulismo – si è chiuso infatti in Cassazione solo sedici anni dopo, nel febbraio del 2010: sono state confermate le condanne emesse nel maggio del 2008 dalla Corte d’Appello di Catania, dopo 17 udienze di cui ben 15 andate a vuoto, ma quando tutto era già caduto in prescrizione; e ancor oggi questa vicenda giudiziaria prosegue in sede civile, per il risarcimento richiesto dalla famiglia.

Una famiglia – il papà e la mamma di Lorenzo e i suoi quattro fratelli maggiori – che non ha smesso di lottare un solo giorno, consumandosi sotto l’azione logorante della burocrazia, della superficialità e dell’indifferenza: “Quante volte” ricorda il signor La Monica – abbiamo fatto viaggi a Catania, portando documenti, perizie, pareri, che nessuno ha mai veramente preso in considerazione. Quante volte, di fronte ai tanti rinvii, al tempo che passava, mi sono sentito trattato come una nullità, condannato all’impotenza”.
E invece c’è una dignità fuori dal comune, nel racconto di quest’uomo che ha dedicato ogni singolo istante a raccogliere tutte quelle prove che hanno sistematicamente confermato le sue tesi: “Il motivo per cui non ci siamo mai arresi” spiegano oggi i genitori di Lorenzo, con un dolore ancora intatto, inconsolabile “non è solo il fatto che chiedevamo rispetto per la memoria di nostro figlio e verità sulle ragioni della sua morte: è anche, soprattutto, il fatto che volevamo che casi come questo potessero non accadere mai più”.

Nulla riporterà a questi due genitori il loro ragazzo adorato, il più piccolo, quello che non si staccava mai dal fianco di sua madre. Ma adesso c’è un anfiteatro, nel parco di San Giuseppe U’ Timpuni, che porta il nome di Lorenzo. E non è passato un giorno, senza che amici o parenti passassero a lasciargli un fiore sulla tomba.
C’è un certo tipo di amore che sa vincere le ingiustizie, anche quando sono troppe e sembrano inaccettabili: vent’anni dopo è quello che resta. E non è poco.