Cosa fanno le amministrazioni locali per arginare il problema randagismo?

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Tredici cuccioli di età compresa tra le 4 e le 8 settimane sono stati abbandonati domenica mattina nel territorio di Chiaramonte. Per loro fortuna, sono stati trovati in tempo e segnalati alle forze dell’ordine, quindi portati al Canile Maia. Questo piccolo fatto di cronaca non è una notizia. È solo uno dei continui abbandoni che si verificano in provincia. Con l’approssimarsi della bella stagione, anzi, le cucciolate abbonderanno e gli abbandoni pure.

Lo stesso giorno, sempre al Canile Maia, con cui collaboro come educatrice cinofila, abbiamo accolto una cagnolina di circa sei mesi in condizioni fisiche estreme. Pelle e ossa, si aggirava davanti al canile, non sappiamo se abbandonata o finita lì per caso. Anche questa non è una notizia, solo uno dei tanti cani vaganti per le nostre campagne e città spesso in condizioni di salute precarie.

Non si può allora sfuggire a una domanda semplice: cosa fanno le amministrazioni locali per arginare il problema randagismo?

Il fenomeno non è nuovo, al contrario ha origini lontane. Già la legge regionale 15/2000, “Istituzione dell’anagrafe canina e norme per la tutela degli animali da affezione e la prevenzione del randagismo”, emanata in attuazione della legge quadro 281/1991, prevedeva una lunga serie di adempimenti in capo ai Comuni, che vanno dall’attuazione dei piani di controllo delle nascite alla cattura dei cani vaganti, affidamento ai rifugi sanitari per la loro sterilizzazione e, se ne ricorrono le condizioni, reimmissione sul territorio, o in alternativa ricovero e mantenimento nelle strutture direttamente gestite dai Comuni o convenzionate.

Poi, nel marzo 2009, si sono verificati i ben noti fatti del Pisciotto, che hanno drammaticamente imposto il problema all’attenzione pubblica, e quello della prevenzione del randagismo è diventato un nodo centrale e non più eludibile delle politiche nazionali e locali. A seguito di quell’episodio sono state emanate varie circolari e ordinanze contenenti misure a tutela dell’incolumità pubblica dall’aggressione dei cani, che hanno spostato il focus sulla sicurezza e la salute e hanno contribuito a rinfocolare il clima di psicosi generale che si era creato. In Sicilia, l’attuale assessora alla Salute Lucia Borsellino varò il progetto pilota “Emergenza randagismo negli Iblei”, con cui si stanziavano 446.000 euro per la costruzione di rifugi sanitari nella provincia di Ragusa, destinati ad accogliere i randagi da microchippare e sterilizzare, nonché quelli feriti o ammalati per le cure necessarie. Dei tre progetti presentati dai Comuni di Modica, Vittoria e Ragusa, a oggi solo quello ragusano è stato realizzato e regolarmente avviato, mentre le altre due strutture sono ancora in attesa di autorizzazione.

A sei anni da quei fatti che, bene o male, avevano riacceso l’interesse per la questione randagismo, la situazione sembra stagnare. Viviamo un’emergenza continua, con randagi non sterilizzati che si riproducono incessantemente e vengono investiti e uccisi sulle nostre strade, quando non avvelenati di proposito come è successo due settimane fa a Vittoria; cucciolate nate da cani di proprietà abbandonate dentro a scatole di cartone o sacchi per l’immondizia; cittadini che subiscono la presenza non sempre rassicurante di gruppi di cani in vari quartieri periferici delle città senza avere alcun tipo di supporto dalle autorità competenti. Non esiste un numero verde da contattare per avere informazioni o segnalare ritrovamenti o problemi, non sono rese note le normative che regolano questi casi, per cui chi accoglie un cucciolo senza microchip e si rivolge alla polizia municipale o all’Asp per sapere come comportarsi si ritrova a essere proprietario inconsapevole e involontario dell’animale.

La condizione dei canili è drammatica: straripanti, con i contributi dei Comuni che arrivano, se arrivano, con ritardi enormi, e i servizi veterinari dell’Asp inefficienti e intempestivi. Tutto ciò fa sì che nella maggior parte dei casi i nostri canili non siano in grado di svolgere il ruolo che spetterebbe loro in una società attenta al benessere del cane e alla sua integrazione sociale, cioè quello di centri in cui i cani ricoverati possano essere non solo mantenuti ma anche, ove necessario, opportunamente educati da figure professionali qualificate ai fini del loro rapido reinserimento nel mondo esterno. Le adozioni sono poche, quelle basate su seri controlli pre e post affido pochissime, troppo spesso si assiste al trasferimento in massa di cani verso il Nord o l’estero, non sempre con procedure chiare e verificabili. Questa sorta di deportazione non risolve il problema, perché a monte non si provvede a un controllo sistematico delle nascite, si limita a spostarlo altrove; sono frequenti le lamentele dei gestori di rifugi o degli adottanti che si vedono arrivare cani non socializzati, semiselvatici, impreparati ad affrontare un’esistenza in appartamento, in una grande città, a stretto contatto con le persone.

Sergio Bramante, educatore cinofilo e gestore del Canile Maia dal 1997, ha una lunga esperienza di queste cose. Nel 2009 è stato protagonista della cattura dei cani del Pisciotto, alcuni dei quali sono ancora ospiti della sua struttura. Ho chiesto a lui di fare un bilancio sei anni dopo. «Purtroppo a fronte di notevoli risorse di denaro atte a fronteggiare il problema, la situazione attuale è simile a quella di sei anni fa. E dire che nell’arco degli anni si sono moltiplicate le associazioni animaliste sul territorio, c’è stato un aumento delle sterilizzazioni, le iscrizioni all’anagrafe dei cani sono aumentate ma non si è attuata una seria prevenzione quindi un cambiamento di mentalità. Le istituzioni preposte al controllo hanno semplicemente attuato la strategia di tamponare il problema quando nasce, ma è stato come curare il sintomo senza intervenire sulla malattia, sparito il sintomo per qualche giorno, tutto ritorna alla normalità, ma la malattia cova, si rinforza e dopo qualche tempo riappare in tutto il suo vigore. La realtà è che a tutt’oggi arrivano in via ufficiale decine e decine di richieste di catture di cani vaganti, le notizie di branchi che attaccano greggi e anche vitelli sono numerose. Nella periferia di molte città vivono e si moltiplicano cani che si possono considerare semiselvatici, gli abbandoni di cani chiaramente di proprietà, senza microchip, sono continui. Quindi con amarezza il bilancio deve essere considerato fallimentare

Insomma, assistiamo a un’anomalia che si perpetua senza che vengano presi seri provvedimenti per risolvere i problemi. Serve un deciso cambiamento nelle scelte amministrative e nella mentalità di tutti se vogliamo immaginare una situazione più vivibile per noi umani, ma soprattutto per i nostri concittadini a quattro zampe.