La “rinuncia all’ufficio di vescovo” di Monsignor Paolo Urso, spiegata bene

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Nella giornata di sabato 18 aprile, il vescovo della diocesi di Ragusa, Paolo Urso, invierà a Papa Francesco la lettera con la propria rinuncia all’ufficio di vescovo diocesano.

Si tratta di una prassi, voluta da Paolo VI nella Ingravescentem Aetatem. Di recente anche papa Bergoglio ha dato indicazioni in merito, in particolar modo per quanto riguarda il “pensionamento” dei capi di dicastero della Curia vaticana. È il canone 401 del codice di diritto canonico che, al “comma” uno, recita: “Il Vescovo diocesano, che abbia compiuto il settantacinquesimo anno di età, è invitato a presentare la rinuncia all’ufficio al Sommo Pontefice, il quale provvederà dopo aver valutato tutte le circostanze”.

Monsignor Urso festeggerà venerdì 17 aprile i suoi 75 anni, e l’indomani adempierà a quella che considera una saggia decisione del Papa. La successione avverrà solo quando il Papa Bergoglio avrà individuato un successore.

In un’intervista rilasciata a FreeTime cinque anni fa, monsignor Paolo Urso – proprio sul tema della rinuncia all’ufficio di vescovo – dichiarava: “È giusto che a quella età ci sia un avvicendamento. Anche perché non è possibile seguire con la stessa lucidità e attenzione le tante questioni che si trova ad affrontare un vescovo”.
E sempre in quell’intervista, gli era stato chiesto cosa intendesse fare da “pensionato”. Monsignor Urso aveva risposto: “Tornerò ad Acireale. Mi costerà molto lasciare Ragusa, ma è opportuno, perché il mio successore si senta assolutamente libero“.
Cosa porterà con sé? Senza dubbio i libri sulla Bibbia, ma anche i tanti romanzi che non ho avuto modo di leggere”. Solo letture e preghiere? Assolutamente no. Vorrei riprendere il mio rapporto diretto con le famiglie. Andare in casa loro, stare con loro. Stare con i giovani”. Terminerà, dunque, l’impegno da guida di una Chiesa locale, ma non certamente quello di pastore e di padre.

La rinuncia del vescovo, a norma del diritto canonico, deve essere accettata dal Papa. In quel momento si ha la “sede vacante”, con la nomina di un amministratore apostolico. Questa prassi, tuttavia, appare sempre meno utilizzata.
Di norma, infatti, l’accettazione della rinuncia avviene in maniera contestuale alla nomina del nuovo vescovo. Sui tempi è difficile dire, in quanto spetta al Papa l’ultima parola. La procedura, comunque, prevede che sia il Nunzio Apostolico in Italia, monsignor Adriano Bernardini, a proporre una terna di nomi alla Congregazione per i vescovi. Poi, come detto, la scelta viene effettuata dal Pontefice.

Di norma la “macchina” per la successione non è immediata, anche se non pochi vescovi, come di recente quello di Padova, monsignor Antonio Mattiazzo, chiedono al Nunzio Apostolico di non tardare l’avvicendamento. E non certo per stanchezza o per voglia di lasciar subito. “È risaputo”, commentava il vescovo di Padova: “che al compimento dei 75 anni si danno le dimissioni, e questo determina una situazione in cui non si ha più la stabilità di prima, mentre la naturale curiosità umana induce alle previsioni su chi sarà il successore. Si produce in tal modo un clima fluido di incertezza, che è meglio evitare”.
Una linea di grande coerenza e amore per la Chiesa che si è guidata. Lo stesso amore che il vescovo Urso ha messo in questi tredici anni di episcopato.

Proprio domenica 12 ha celebrato i 13 anni di ordinazione episcopale a Ragusa, nella Cattedrale San Giovanni Battista. Intanto il prossimo 6 maggio, data in cui si ricorda l’erezione della diocesi di Ragusa, in Cattedrale il vescovo Urso ordinerà quattro nuovi diaconi.
Tutti e quattro sono ragusani: Fra’ Gianni Iacono, carmelitano, e i tre seminaristi Giovanni Filesi, Giuseppe Iacono e Francesco Mallemi.
Quest’ultimo fratello di don Salvatore, parroco a Vittoria. Nel corso di una celebrazione che si terrà ad Acate, invece, riceverà l’accolitato Fabio Stracquadaini.