Fertilityday: più che la comunicazione serve la politica

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L’ironia feroce del web e dei social (http://www.lastampa.it/2016/08/31/societa/fertility-day-parte-la-campagna-e-sui-social-subito-polemica-ByHa4vKh802TC8rdtUJDwK/pagina.html). I puntuti giudizi di intellettuali, scrittori e politici (http://www.repubblica.it/politica/2016/08/31/news/saviano_e_web_contro_fertility_day_insulta_chi_non_ha_figli-146955356/). Non solo: dell’iniziativa del #fertilityday del Ministero della Salute e del vespaio che ha suscitato, hanno parlato (malissimo) tutte le testate italiane (e straniere: la Cbs e l’Abc, il New York Post, l’edizione internazionale dell’Huffington Post e l’International Business Times), sia online sia offline.

Difficile trovare un’altra campagna pubblicitaria accolta peggio di questa, sia dalle donne che dagli uomini. E infatti uno dei commenti (politicamente) più spietati è stato quello del capo del governo, Matteo Renzi. Che a neanche un giorno di distanza dal lancio, con il ministro Lorenzin travolta dalle critiche, ha dovuto ammettere di non aver neanche visto la campagna e di non credere che la gente si metta a fare figli grazie a dei cartelloni pubblicitari.

Giusto rilievo. Ma grave ammissione, quella del premier. Uno perché sul piano della comunicazione, il presidente del Consiglio è uomo capace (ci ha conquistato il Pd e pure il governo). Due perché se il capo del governo non conosce l’attività dei propri ministri, allora siamo davanti a un corto circuito, di comunicazione guarda caso, preoccupante. Tre perché, a solo poche settimane dall’approvazione della legge sulle unioni civili – che ha rimesso l’Italia nella lista dei paesi più avanzati – lanciare una campagna tanto retrograda e di incoercibile tendenza cattolica significa riportare indietro l’orologio dei diritti di circa un secolo.

Ora, dice il ministro Lorenzin che la campagna, se non è piaciuta, si rifarà. Gratis. (http://www.panorama.it/scienza/salute/sanita-lorenzin-campagna-fertilita-costata-28-000-euro-la-rifacciamo-gratis/). A parte che qui non si tratta di gusto. Metter su una campagna così, istituendo il #fertilityday (sulla scia del #familyday), senza prima affrontare politicamente i perché le donne (e gli uomini) d’Italia non facciano figli (assenza di lavoro, di opportunità, di reddito, di sussidi e incentivi, di servizi), non è solo questione di gusto. (Ed è un po’ come voler fare il ponte sullo stretto di Messina, senza prima dotare la Sicilia di quelle infrastrutture necessarie per andare e venire dal ponte). E neanche quelle immagini e quelle parole – ansiogene, ricattatorie, minacciose (se non ti sbrighi non avrai figli! Se rinvii avrai un figlio solo, ammesso che arrivi!), aggressive (datti una mossa!), misogine (se non fai figli non sei una donna capace di gestire il tuo corpo!) – sono assoggettabili a un mero giudizio di gusto.

A parte questo (e detto tra parentesi che compito di un ministero, di un governo, di uno Stato è solo quello di occuparsi di creare le migliori condizioni possibili per fare figli a chi vuole farli), la speranza è che non la si rifaccia subito, ‘sta campagna. La speranza è che al Ministero si prendano del tempo. Anche solo per riflettere. E lascino passare, magari, tutti gli anni necessari a mettere in piedi reali politiche sulla famiglia e sulla natalità (che è davvero un problema serio, troppo serio, per essere relegato su qualche cartolina).

Se poi, invece, è così forte l’urgenza di comunicare, si rifaccia la campagna, usando però altre parole, altre immagini, altra sostanza, altra forma.

Me lo permette un consiglio, ministro Lorenzin? Chieda consiglio a qualche suo collega del nord Europa: in Svezia e in Danimarca ne hanno fatte di più simpatiche e ironiche, di campagne di questo tipo (basta un giro su YouTube per vederle). E poi pretenda dagli autori che tralascino l’inglese e usino leggerezza, discrezione, eleganza: è ciò che serve quando si entra nelle case – e nelle vite – degli altri. E in special modo nelle stanze da letto – e nell’intimità – altrui.

La si rifaccia pure, ‘sta campagna. Ma, cara ministro, si affidi a qualche stagista, donna, sui trent’anni, con un master in comunicazione. Una delle tante che ha difficoltà a metter su famiglia e a figliare. E non perché voglia egoisticamente fregarsene della propria fertilità, del dono immenso della maternità, dell’inesorabilità del tempo. Ma piuttosto perché: fa orari impossibili, pur essendo precaria; sa che non può mettere in conto di diventare madre senza precludersi possibilità di lavoro e carriera; non può permettersi una casa degna di tal nome; lavora in un’azienda senza asilo interno e vive così lontano che non può chiedere ai propri genitori di fare da nonni (i santi nonni…) al proprio bambino. E infine, ma per non per importanza: guadagna un terzo meno del suo collega in giacca e cravatta (e glielo dico io che sono maschio).

Ecco, signora ministro, se la faccia suggerire da una giovane donna con questo (sfortunato) profilo, la prossima campagna. E magari non si ritroverà come logo uno scodinzolante spermatozoo che entra in un cuore (un’immagine che indica una confusione anatomica imbarazzante, per il Ministero della Salute). E di sicuro verrebbero “partoriti” altri slogan e altri claim. Tipo questo: “Grazie, donne! Grazie a tutte voi che, nonostante questo non sia ancora un Paese per femmine, avete accettato con coraggio, sacrificio e follia, la poesia di diventare madri”.