Dall’Africa a Ragusa con i Corridoi umanitari. Storie di speranza e integrazione

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I Corridoi Umanitari, voluti da Papa Francesco, nascono per aiutare le popolazioni in fuga da situazioni di carestia o guerra, evitando così che finiscano lungo le rotte della migrazione illegale, vittime degli sfruttatori e della tratta di esseri umani. Costituiscono insomma, una via legale per l’ingresso di persone richiedenti asilo, una via sicura, senza costi per lo Stato.

Amore, amicizia, rispetto e umanità sono i capisaldi di questo progetto, che è attivo anche a Ragusa e di cui è referente diocesano, Emiliano Amico.

La prima famiglia che abbiamo accolto – ci racconta – è arrivata il 30 novembre 2017 dalla Somalia. È una famiglia composta da 7 persone, i due genitori e cinque figli. Una famiglia di allevatori somali fuggiti dalle persecuzioni delle milizie di Al-Shabaab, che  li ha privati della loro unica fonte di guadagno, gli animali. Inoltre, la loro figlia tredicenne ha una malattia del sistema immunitario molto seria, che le blocca la mandibola, non permettendole di parlare e di mangiare bene. Un fratellino che aveva il suo stesso problema è morto in Somalia. Così grazie alla Caritas stiamo curando questa malattia e stiamo dando la possibilità ai genitori di raggiungere l’autonomia per poter crescere con dignità i loro figli”.

Un’esperienza che sta portando i suoi buoni frutti, dato che la bambina sta notevolmente migliorando grazie alle cure che sta ricevendo tra Modica e Roma.

A Ragusa avevamo dato disponibilità per 15 persone – continua a raccontarci Emiliano Amico – e così il 27 giugno scorso sono arrivate altre otto persone, due nuclei familiari e due giovani, alla ricerca di un futuro migliore, provenienti dall’Eritrea. Quello che a noi preme far capire è che queste persone, queste famiglie sono uguali alle nostre. Si vogliono bene, desiderano prendersi cura gli uni degli altri. Non chiedono altro che un vita più dignitosa.

Mi ricordo che una volta ero andato a fare la spesa con uno di questi bambini e lui a un certo punto mi ha chiesto: ‘posso dirti una cosa?’ io ho pensato che come tutti i bambini volesse chiedermi di comprare un pacco di caramelle o qualcosa di simile, ma invece con voce affranta mi ha sussurrato: ‘Grazie a Caritas”. Ecco quello è stato uno dei tanti momenti belli. Uno di quei momenti che vorrei condividere con chi non si rende conto che stiamo semplicemente parlando di persone vulnerabili, di famiglie, di bambini, che non chiedono altro che delle occasioni che nei loro Paesi, per vari vicissitudini, gli sono state negate”.

Un aspetto si evince più di ogni altra cosa, in questo progetto: le relazioni umane. Perché l’accoglienza parte innanzitutto da questo, dall’amicizia che si viene a creare, dall’empatia, sentimenti che troppo spesso vengono sopraffatti da paura e ignoranza.