Il Tribunale di Roma mette fine alle calunnie: non luogo a procedere per padre Salonia

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Per padre Giovanni Salonia si conclude dopo due anni il calvario delle calunnie che hanno tentato di screditarne l’autorevolezza tanto di frate cappuccino quanto di psicologo e psicoterapeuta, prima dinanzi al tribunale ecclesiastico e poi dinanzi a quello penale.

Ieri mattina infatti, il Giudice per le Udienze Preliminari del Tribunale di Roma Daniela Caramico D’Auria ha emesso nei suoi confronti una sentenza di non luogo a procedere, certificando la manifesta improcedibilità dell’accusa di abuso sessuale che gli era stata rivolta da parte di una suora, già sua paziente tra il 2009 e il 2013, e ponendo così la parola fine sull’intera vicenda, che del resto in tutti questi mesi aveva già visto un movimento diffuso schierarsi spontaneamente dalla parte di Salonia, da tutti considerato una figura al di sopra di ogni sospetto e meritevole di grande stima tanto nell’ambiente religioso quanto in quello scientifico.

L’improcedibilità dell’azione penale nei suoi confronti, in forza della quale il Gup ha pronunciato la sentenza, è stata fortemente sostenuta dagli avvocati difensori di Salonia, Pierpaolo Dell’Anno del foro di Roma e Antonio Dipasquale del foro di Ragusa. Si tratta infatti di una palese evidenza formale che contiene però una cruciale evidenza sostanziale: la tardività della querela presentata nel 2018 – ben oltre cinque anni dopo la fine della terapia conclusa nel 2013, da una donna che fino a poco tempo prima aveva espresso in ogni sede solo sentimenti di profonda gratitudine per i benefici ricevuti da quel percorso – è apparsa sin da subito l’indizio di una precisa macchinazione contro Padre Salonia.

Anche agli occhi dell’opinione pubblica, infatti, sin dal primo momento, non è sfuggita la correlazione (non certo casuale e confermata dalle carte dell’inchiesta) tra questo procedimento e la vicenda della nomina, nel febbraio 2017, di padre Giovanni Salonia a Vescovo ausiliare di Palermo. Una chiara correlazione con la macchina del fango partita dal territorio di una diocesi della Sicilia sud orientale ma divenuta funzionale ad un sistema di potere interno alle gerarchie vaticane. Come tutti ricordano bene, infatti, in quel caso bastò solo un giorno affinchè in Vaticano arrivasse un dossier pieno zeppo di gravi accuse, poi puntualmente passate al vaglio di un supplemento di indagine condotto dai giudici vaticani, che le avevano già valutate come “un emotivo florilegio di pettegolezzi e calunnie”.

Sebbene Salonia avesse poi nel frattempo rinunciato alla consacrazione, col desiderio di sottrarre la Diocesi palermitana ad una battaglia di accuse e pettegolezzi, sia l’Arcivescovo di Palermo Mons. Corrado Lorefice – che lo ha più volte e fino a poche settimane fa pubblicamente difeso parlando di “fake news” -, sia Papa Francesco – che oltre a non aver mai accettato la rinuncia, ha voluto incontrarlo in occasione della sua memorabile visita a Palermo – hanno voluto dimostrare il loro appoggio pieno a Padre Salonia, così come hanno fatto tantissime iniziative che si sono mosse dal basso in suo favore. Ciò ha generato molti attacchi, che in alcune testate giornalistiche hanno messo in discussione la sapienza del Santo Padre nella scelta dei vescovi.

È stato poi in questo contesto che nel settembre 2018 è arrivata, quasi come una mossa ad orologeria dopo l’incontro palermitano col Pontefice, la notizia della denuncia del frate per questo presunto abuso in terapia. Su di esso, dopo il tribunale ecclesiastico, ora anche il tribunale penale ha definitivamente fugato ogni dubbio: con questa sentenza il GUP ha sancito l’assoluta mancanza di presupposti dell’azione penale, ritenendola dunque ingiustificata già in origine e restituendo a Padre Giovanni Salonia la piena integrità della sua reputazione.