‘L’8 ogni giorno’, ieri al F. Besta di Ragusa incontro sulla violenza di genere

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Si è svolto ieri all’istituto tecnico aeronautico Fabio Besta di Ragusa, nell’ambito delle conferenze organizzate dalle docenti Dalila Amoroso e Donatella Ventura, un incontro con gli studenti sul tema della violenza di genere, “L’8 ogni giorno: quando l’amore non basta”. 

Un’iniziativa lodevole e di grande impatto per porre all’attenzione dei più giovani un argomento di cui non si parla mai abbastanza e che trae spunto da un repertorio tragico di vite spezzate. In apertura, la toccante lettura di un lungo elenco di nomi al femminile, tutte donne vittime di violenza. A seguire, le coraggiose testimonianze di due madri le cui figlie sono state vittime di femminicidio.

Anch’io sono stata vittima collaterale di violenza fisica e psicologica – ha esordito Vera Squadrito, mamma di Giordana Di Stefano, uccisa dal suo fidanzato. – Spesso le donne si vergognano di raccontare, il femminicidio è la parte finale di un lungo processo di violenza. Il calvario di mia figlia inizia quando lei aveva quindici anni, età in cui incontra il primo amore. Il tunnel della manipolazione e del controllo è il primo segnale a cui fare attenzione.” Una testimonianza forte, annegata nella crudezza di un racconto che ha lasciato l’uditorio in un silenzio attonito. Giordana era riuscita a denunciare, ma purtroppo il vortice della persecuzione non le ha lasciato scampo.

Anche per Giovanna Zizzo, madre di Laura, parlare della sua vita non è semplice. “Mio marito era il mio tutto. Dopo quasi venticinque anni, quel mondo che credevo perfetto, crolla”, ha raccontato. In questa storia, purtroppo, le vittime di una furia spaventosa sono i figli, colpiti ripetutamente dalle pugnalate inferte dal padre per vendicarsi della moglie, che chiedeva solo di essere rispettata. Laura, la più piccola di soli undici anni, non ce l’ha fatta.

Una battaglia, quella di queste due donne, che continua a dare senso a vite frantumate nel profondo. Parole che sono arrivate alla platea di studenti silenziosi come un pugno nello stomaco e su cui riflettere.

“Chi agisce una violenza così crudele è un narcisista patologico, travestito da principe azzurro – ha commentato Andrea Candone, psicoterapeuta. – Spesso, quando inizia la convivenza, viene fuori il peggio. Quando i figli assistono alla violenza, abbiamo il cambio di ruolo, perché essi diventano genitori per proteggere la madre. E nell’adultità tendono ad avere problemi psicologici pesanti.”

Un circuito malato di cui spesso, ancora oggi, le donne non sono consapevoli, se a tutto questo si aggiunge anche la dipendenza economica dal carnefice.