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“Un accordo segreto tra i componenti della squadra D”

L'ordinanza del Gip Andrea Reale: il provvedimento in 32 pagine con accuse, ammissioni di responsabilità, 'racconti' di come si appiccava il fuoco

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«Siamo andati a dare fuoco e lo sanno! Lo sanno!»: così uno degli indagati informava il collega sull’indagine che riguardava il personale del turno «D». Agenti che avevano scoperto il modus operandi, cioè le false richieste di interventi: «Le telefonate anonime verso la centrale per farci uscire». E in un’occasione qualcuno dei colleghi avrebbe sentito Di Vita esclamare che avrebbe fatto «scoppiare una bomba» se non avesse ricevuto un indennizzo, dovendo portare a riparare a Modica i mezzi a proprie spese.

Le intercettazioni telefoniche e ambientali hanno consentito agli agenti di consolidare il quadro accusatorio, quell’insieme d’indizi che, partendo dal numero smisurato d’interventi effettuati, tra l’altro in autunno e primavera, quando gli incendi di sterpaglie sono assai rari, ha poi portato all’emissione dell’ordinanza del Gip Reale.

Nel corso dell’indagine gli indagati sono stati sentiti dagli inquirenti, che hanno anche «ascoltato» le discussioni tra i colleghi. «Devi stare tranquillo perché uno si deve spaventare se ha fatto cose storte… quando fa cose che… che sono fatte… le stesse, le stesse telefonate, le stesse telefonate anonime. Non mi pare che siamo usciti sempre… per…». E l’altro risponde spaventato: «Ama iutu a dari fuocu, e lo sanno, lo sanno». Nell’ordinanza, il giudice per le indagini preliminari annota che, dalla dichiarazione di uno degli indagati a piede libero, nel febbraio del 2016, «si evince che tale fenomeno sembrerebbe diffuso tra tutto il personale in servizio presso il Distaccamento di Santa Croce Camerina».

In realtà tale circostanza sarebbe esclusa dagli inquirenti, anche in considerazione del fatto che le altre squadre hanno fatto registrare un numero d’interventi quasi sovrapponibile nei tre turni, mentre il turno «D» triplicava il numero delle «uscite». Lo stesso indagato, alla presenza del proprio legale, indicava agli inquirenti, «ammettendo le proprie responsabilità», il modus operandi della squadra. Lo stesso ha riferito «della simulazione di numerosi interventi ad opera del personale dei vigili del fuoco, al fine di ottenere le indennità previste dalla legge».

Tre modi, secondo quanto riporta il giudice facendo riferimento alla dichiarazione dell’indagato: «In un primo caso le (inesistenti) richieste di interventi (per animali vaganti, alberi di intralcio sulla sede stradale, incendi di immondizia) provenivano direttamente dal personale in servizio presso il distaccamento alla sala operativa, ottenendo l’autorizzazione all’uscita. In altri casi alcuni…. chiedevano a parenti o amici di contattare i 115 per richiedere alcuni interventi per false emergenze… un terzo modo di agire era quello posto in essere dai vigili del fuoco dall’estate 2014 in poi quando, a causa dei controlli sulle chiamate, i volontari decidevano di appiccare direttamente dei fuochi a sterpaglie per “provocare” la chiamata dei passanti alla centrale operativa e consentire il loro intervento».

Lo stesso indagati sentito dagli inquirenti faceva i nomi dei colleghi che avevano attuato questa terza «opzione». Tra questi c’era anche lui. «Il dichiarante ricordava almeno quattro episodi nei quali era stato direttamente artefice, insieme a qualche altro collega, del fuoco appiccato a sterpaglie… Specificava di essersi avvalsi di alcune candeline scintillanti che permettevano al fuoco di accendersi con facilità. Fino all’estate 2015 – riporta ancora il Gip – tutti i coindagati avrebbero posto in essere questi gesti, successivamente avevano deciso volontariamente di interrompere detto genere di condotte». Tutti, secondo la dichiarazione dell’indagato, eccetto Di Vita, «che aveva continuato ad accendere fuochi». Si sarebbe trattato «di un accordo segreto tra i componenti della squadra D del distaccamento dei Vigili del fuoco di Santa Croce, conosciuto solo dagli ideatori». Oltre a Di Vita, sarebbero stati in cinque. Per il giudice reale «le dichiarazioni autoaccusatorie ed eteroaccusatorie» dell’interrogato trovano conforto in altre dichiarazioni rese da un altro indagato che ha però negato «di avere mai personalmente assistito alcuno dei fatti oggetto di denuncia».

Questi è quello che ricorda l’episodio in cui Di Vita avrebbe minacciato gravi reazioni se non avesse ottenuto un compenso per portare a Modica i mezzi da riparare.

[Fonte Giornale di Sicilia]