“La gioiosa macchina da guerra”, secondo Achille Occhetto

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Foto di Marcello Bocchieri

Sembra che tutti quelli che vengono dalla tradizione comunista siano passati direttamente da Berlinguer a Renzi: la mancanza di cultura storica è tale che tutti possono dire qualunque minchionata e sperare di essere creduti“. Impietoso con stile, come sempre, Achille Occhetto ieri a Ragusa ha parlato del passato, del presente  e del futuro della sinistra italiana col pretesto di presentare il suo ultimo libro, il cui titolo altrettanto impietoso – “La gioiosa macchina da guerra” – è già un’esplicita e irridente dichiarazione d’intenti.

L’ultimo segretario del Partito Comunista Italiano – che segretario lo fu anche in Sicilia, proprio negli ultimi anni di Berlinguer -, l’uomo della svolta della Bolognina, ha deciso di rompere un certo silenzio sul coraggio con cui fece quella scelta, un silenzio anni divenuto spazio troppo ampio per le parole e le interpretazioni – spesso troppo facili e di comodo – date a quel momento storico. “Ero ingenuamente convinto che non ci fosse bisogno di spiegare – ironizza oggi Occhetto -, ma è passata una grande disinformazione.  A un certo punto mi sono accorto che dopo quasi vent’anni ero diventato l’uomo della sconfitta del 94 e della gioiosa macchina da guerra. Così mi sono detto: ‘Ora la gioiosa macchina da guerra ve la sbatto in faccia, prima pagina’. Trattandosi non di un giornale, ma di un libro, l’ho messa in copertina, nel titolo. E così una parte rilevante di questo libro tende a dimostrare che il 94 non è stata poi quella clamorosa sconfitta e anzi che la sinistra italiana non avrà più tanti voti come allora. Ricordiamo che dopo ci furono gli anni di Prodi, che non fu sconfitto da Berlusconi ma da Bertinotti, D’Alema e Cossiga. Da allora il centrosinistra ha sempre aiutato Berlusconi”.

E così l’occasione creata dal Centro Studi Feliciano Rossitto di Ragusa su iniziativa del suo presidente Giorgio Chessari, è diventata un’occasione per parlare della sinistra di oggi: “C’è una tendenza ad un permanente contemporaneismo – ha commentato Occhetto -, che caratterizza i rapporti politici e persino quelli tra le persone: viviamo un eterno presente senza radici né conseguenze. È questa damnatio memoriae che rende possibile dire che Renzi è il Gorbaciov italiano, quello che ha cambiato il comunismo, come se la Bolognina non ci fosse mai stata“.

Eppure sul nuovo Premier il giudizio di Occhetto non è tranciante: “Renzi è un personaggio complesso e c’è una parte del suo avvento che mi è sembrata molto interessante. Devo dire però che di lui mi è piaciuta di più la pars destruens, anche se mi sarei aspettato che la cosiddetta rottamazione di quello che anche io ritengo il male oscuro della sinistra, di una parte della classe dirigente responsabile di molti disastri, sarebbe stata più coraggiosa se fosse passata dall’indicazione esplicita di nomi, cognomi e responsabilità storicopolitiche, piuttosto che un semplice sparare nel gruppo di una interra generazione. Sulla pars construens mantengo un punto interrogativo: staremo a vedere“.

Proprio alla luce di tutto questo mi sono chiesto – ha detto ancora – se fosse ormai superfluo raccontare, ricordare. Ma poi ho pensato che sarebbe stato utile, tant’è che questo libro non è un’autobiografia: sono note che illuminano un pezzo di storia politica comune alla sinistra, in un continuo dialogo con il presente“. 

 

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