Le regole e il silenzio

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Il mio maestro delle Elementari, ogni giorno, prima di cominciare le lezioni, ci ricordava di osservare quelle regole che – ad inizio di anno scolastico – ci eravamo dati. Regole di comportamento, di buona educazione, di rispetto dei compagni di classe. Regole semplici e, nella maggior parte dei casi, dettate dal buon senso. Naturalmente, il nostro maestro era il primo ad osservare quelle regole. Dava l’esempio. E, quando qualcuno di noi le infrangeva, se ne parlava in classe: tutti dovevamo capire perché qualcuno aveva deciso di fare di testa sua, senza osservare quelle regole. La parola, il dibattito, il pensiero di ognuno di noi piuttosto che il silenzio, pessimo parente dell’omertà. A distanza di parecchi anni, quelle regole tornano alla memoria sul caso del Tribunale di Modica. Una ordinanza stabilisce che deve continuare a funzionare per rendere un servizio migliore ai cittadini: l’accorpamento con il Tribunale di Ragusa, infatti, si sta rivelando un fallimento. Ma il presidente del Tribunale accorpante – al quale l’ordinanza è rivolta – considera la decisione carta straccia e continua a fare di testa sua. Forse, consigliato male da qualcuno o da qualche ordine professionale e spalleggiato dall’amministrazione comunale di Ragusa a guida pentastellata. Gli avvocati di Modica sono costretti a ricorrere alla giustizia amministrativa per ottenere il rispetto delle regole che il presidente del Tribunale di Ragusa, Giuseppe Tamburini, dovrebbe conoscere bene. E non solo. Sarebbe moralmente chiamato a dare l’esempio!  Sulla vicenda, poi, un silenzio imbarazzante. Come se tutto si volesse mettere a tacere in nome di quella “normalizzazione” di quel territorio ibleo che vive nel limbo dell’abolizione di una provincia che fu “isola nell’isola” e “babba”. Alle Elementari, quando si infrangevano le regole, si parlava. Il silenzio, invece, era sinonimo di omertà e di paura. Ma, a distanza di anni, non sarebbe dovuto cambiare qualcosa?