Il cancro, la battaglia, la solidarietà. La storia di Concetta in cerca del lieto fine

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La storia che sto per raccontarvi non inizia con “C’era una volta…”, ma spero che, molto presto, potrà finire con un “…e vissero felici e contenti”.
È la storia di una donna di 51 anni forte e combattiva, madre di tre figlie di 33, 32 e 24 anni, che ha deciso di non arrendersi quando la medicina tradizionale le ha detto che non c’è quasi più nulla da fare. È una storia che narrerò, articolo dopo articolo, in primis per aiutare la protagonista, e poi anche per cominciare a parlare, finalmente, di cure alternative, dando una speranza a chi non ce l’ha.
È la storia di Concetta Roccaforte, del modo in cui nel 2009, a 47 anni, ha scoperto di avere il cancro e della sua battaglia contro il male, attraverso le cure classiche prima e quelle alternative adesso. Perché Concetta non può e non vuole fermarsi qui, ha ancora molto da fare, ha una figlia da portare all’altare e un nipotino a cui fare da nonna.
Quello che vi chiedo, sin da ora, è di non approcciarvi a questa storia solo per curiosità, ma di diventare parti attive di questa storia, aiutando Concetta concretamente. La sua famiglia ha avviato una raccolta fondi e vi spiegherò come fare per contribuire, facendo vostra questa causa.

Incontro, per la prima volta, Concetta Roccaforte nella sua casa alla periferia di Vittoria.
Sorride e ha in mano il libro che le ha ridato la speranza e che spiega come guarire dal cancro con il Metodo Gerson, la terapia alternativa che ha scelto nel momento in cui, dopo aver rischiato di morire, a giugno, per uno shock anafilattico dovuto all’allergia al platino (componente della chemioterapia) ha deciso di dire basta alle cure tradizionali e di cui, col tempo, parleremo approfonditamente.
Concetta non può parlare molto, tutte le sue energie le deve risparmiare per l’auto-guarigione, e le sue giornate sono scandite dai momenti in cui, sotto l’attento controllo di una nutrizionista, prepara i suoi succhi di frutta e verdura biologici, i clisteri di caffè e tutto ciò che serve (e vi anticipo che non è poco) per depurare il corpo avvelenato dalla malattia.
La sua cucina è diventata un laboratorio, ma è felice della sua scelta. “Ho deciso di raccontare questa storia” dice “perché ciascuno di noi ha il diritto di sapere e di poter scegliere tra le cure tradizionali e quelle alternative, troppo spesso condannate senza nemmeno un regolare processo”.

“Tutto ha avuto inizio quando, nel 2009, ho deciso di fissare un controllo dal mio ginecologo” racconta. “Una visita di routine, non avevo alcun disturbo particolare, ma di tanto in tanto il ciclo saltava e ho pensato di stare entrando in menopausa. Sono andata dal medico più che altro per avere una conferma a questo sospetto”.
All’epoca Concetta lavorava tantissimo, faceva l’ausiliare del traffico e la donna delle pulizie, si occupava di assistenza agli anziani e di un bar. Non era, di certo, una che se ne stava con le mani in mano.
“Avevo un ritmo di vita molto stressante”ricorda “e, documentandomi, ho scoperto che uno dei fattori della malattia è proprio lo stress, che ti porta a mangiare male e di fretta, ad essere perennemente stanca e a mettere in difficoltà l’intero organismo”.

“Il medico mi visita e mi sottopone ad una ecografia” continua: “dalla quale emerge una massa che ha tutte le sembianze di una cisti ovarica. Mi prescrive analisi e accertamenti vari, una serie di medicine e mi fissa un appuntamento tre mesi dopo. Gli esami a cui mi sottopone servivano a controllare i markers tumorali, ma io, ignorante in materia, non l’ho nemmeno capito. Ad ogni modo, tutto sembra apposto e torno tranquillamente alla mia vita, sapendo che dovevo solo tenere sotto controllo questa cisti. Inizio la cura e, per scrupolo, decido di chiedere un secondo parere. I controlli fatti a Ragusa mi tranquillizzano ulteriormente, mi viene detto che non ho nulla e io mi rilasso, posticipando perfino il ritorno dal mio ginecologo dove vado non dopo tre mesi, ma dopo sei, ad ottobre. Non avevo disturbi particolari, eccetto emicranie e addome sempre gonfio, tutti malesseri che sembravano scollegati tra loro e che curavo nel momento in cui si presentavano. Una dottoressa di una clinica catanese, a dire la verità, mi aveva messo la pulce nell’orecchio parlando di cause ormonali, ma dicendomi che probabilmente questi malesseri sarebbero spariti con la menopausa”.

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“La visita ginecologica di ottobre conferma la presenza di questa presunta cisti ovarica le cui dimensioni non erano aumentate ma che, con la cura, non erano nemmeno diminuite. Il medico, quindi, mi prescrive nuove analisi e mi consiglia di rimuoverla con un piccolo intervento in laparoscopia, ma io, impaurita, perdo ancora del tempo. I nuovi esami, a quel punto, evidenziano markers di poco fuori dai normali parametri e a novembre decido di operarmi. I medici mi fanno firmare un documento nel quale affermo di autorizzarli a procedere con taglio tradizionale e ad asportare ovaie e utero nel caso in cui avessero trovato del tessuto tumorale. In caso contrario avrebbero tolto solo la cisti”.

Quando Concetta riapre gli occhi il medico le sorride dicendole che è andato tutto bene e che è stata rimossa solo una salpinge perché, in realtà, quella che sembrava una cisti era la salpinge destra ingrossata. Felicissima, dopo 10 giorni torna a lavoro e aspetta l’esito dell’esame istologico convinta, al 99%, di non avere nulla di preoccupante.
“Avevo solo l’1% di probabilità, a quel punto, di avere il cancro” racconta “e per questo, oggi, se ho una sola possibilità su 100 di guarire con il metodo Gerson, io me la gioco fino alla fine! E dico anche di più. Se avessi conosciuto prima questa cura alternativa e naturale non mi sarei sottoposta ad un solo ciclo di chemio, invasiva, devastante e, nel mio caso, inutile”.
L’esito dell’esame istologico è impietoso: carcinoma sieromucinoso. Il dottore, però, la rassicura, dicendo che, quasi certamente, il tumore è stato rimosso insieme alla salpinge. Per precauzione, però, le consiglia di fare un secondo intervento, al fine di evitare del tutto il pericolo di estensione.

“L’intervento che mi prefigura non è roba da poco. Si tratta, in sostanza, di dire addio a tutto il mio apparato riproduttivo e non solo. Di conseguenza ho preso tempo, ci ho pensato e ripensato, mi sono consultata con altri medici e con la mia famiglia. Io stavo bene, in fondo. Dal primo intervento mi ero ripresa alla grande e mi chiedevo perché tornare in sala operatoria e sottopormi ad un’operazione tanto invasiva solo per precauzione. Dopo due mesi contraddistinti da paura ed ansia mi opero, a Catania. Era il 19 gennaio 2010 e sono rimasta sotto i ferri per 7 ore. Immaginavo che sarebbe stato un intervento delicato, ma mai avrei ipotizzato che sarebbe stato devastante fino a quel punto. Non ho parlato per una settimana e per tre mesi non ho avuto nemmeno le forze per mettermi a sedere sul letto, da sola”.
Arriva, nuovamente, l’esito dell’esame istologico e il risultato è sconvolgente: tutti i tessuti asportati sono intaccati dal carcinoma.
“Solo a quel punto ho capito che la cosa era molto seria. Si inizia a parlare di chemioterapia e mi rendo conto che, se volevo vivere, non avevo alternative. Così mi sono rimessa in piedi e, nel marzo 2010, ho iniziato il mio primo ciclo di chemioterapia”.

Questa è solo la prima parte della storia di Concetta Roccaforte, storia che spero di poter seguire fino alla sua guarigione. Lei, attualmente, è in quella che si chiama “fase di follow up”, ovvero ha sospeso le cure ma continua ad essere seguita da un oncologo.

Su Facebook potete trovare la sua pagina, Concy Rocca, nella quale si parla del metodo Gerson e della raccolta fondi avviata per darle la possibilità di curarsi. Le cliniche Gerson sono solo due al mondo, in Messico e a Budapest, e sono molto costose. Il ricovero dura 15 giorni e serve per avviare la cura ed essere istruiti su come seguirla, alla lettera, a casa, per due anni. Solo per le due settimane in clinica a Concetta servono 6.900 euro. A questi vanno aggiunte le spese per il viaggio, per un interprete e per il familiare che dovranno annotare ogni dettaglio per aiutarla a curarsi, al ritorno.
Non è tutto. Il metodo Gerson si basa su un’alimentazione esclusivamente biologica quindi sono ben accette anche donazioni di frutta e verdura, di integratori e di funghi per la micoterapia.

Serve, infine, (ed è fondamentale ai fini della cura corretta) un depuratore per l’acqua di tutta la casa con la quale lavarsi e cucinare. Con enormi sforzi, invece, nei giorni scorsi la famiglia è riuscita ad acquistare la macchina (del valore di 1.200 euro) per la preparazione dei succhi e dei centrifugati (operazione che riempie, praticamente, tutta la prima parte della giornata di Concetta e buona parte della seconda).

Finora sono stati raccolti circa 300 euro e la famiglia ringrazia di cuore ogni singolo benefattore.
Chiunque volesse donare può farlo attraverso questo codice IBAN: IT 25 I 0503411795 000000 123066