Cicloni, bombe d’acqua, allerta meteo. L’abc del maltempo, secondo il Corriere della Sera

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Fortunatamente, in questo lembo di Sicilia, danni e pericoli, a causa del maltempo dei giorni scorsi, sono stati contenuti e limitati.

Ma non c’è dubbio che la (giusta) allerta meteo, lanciata dai bollettini della Protezione Civile, rilanciata dai sindaci del territorio e amplificata dai media, abbia non poco sconvolto la quotidianità di tutti (chi più, chi meno). Facendo saltare incontri, uscite, appuntamenti, lezioni scolastiche.
Su cosa sia celato dietro questo allarme (ancora: fortunatamente senza conseguenze da queste parti), ognuno la pensa, legittimamente, come può e come vuole.

Qualcuno su Facebook, pochi minuti dopo il cessato allarme sull’arrivo devastante del miniciclone “simil tropicale” di venerdì 7 novembre (al sicuro dietro il proprio computer) ironizzava sul fatto che, probabilmente, quell’annuncio allarmante era “un modo per non farci uscire di casa“. Qualcun altro, più serioso, sosteneva che tale allarme, corretto comunque, fosse figlio di un deficit.
Cioè della mancanza – da decenni in qua – di politiche e di interventi di cura e manutenzione (cioè di quella parola, anzi di quella pratica, antica e modernissima insieme, che riguarda sia il trattore come il computer, il piccone come la telecamera, il proprio giardino come il ponte cittadino. Quella pratica che, chissà per quale patologia culturale, politica, economica si è via via perduta).

Tornando agli allarmi lanciati e al panico diffusosi come un fiume che esonda per usura degli argini, oggi, l’editorialista del Corriere della Sera, Pigi Battista scrive:

Tanto tempo fa le bombe d’acqua si chiamavano «pioggia». Se la «pioggia» era battente, si diceva «temporale», volgarmente «acquazzone». Talvolta si trascendeva in «grandinata» o, con pericolose vicissitudini termiche, «nevicata» destinata purtroppo a diventare insormontabile «ghiaccio» senza il tempestivo intervento dei cosiddetti «spalatori».
Colorite espressioni come «piove a dirotto» o «diluvia» davano il senso della ferma accettazione popolare di un destino meteorologico momentaneamente avverso. Per non bagnarsi si fabbricavano oggetti come il cosiddetto «ombrello» e capi d’abbigliamento come «giacche a vento», «galosce», per i più anziani «impermeabili». Spesso le piogge provocavano luminosità improvvise dette «fulmini», seguite da sonorità prepotenti dette «tuoni». Un genio come Benjamin Franklin l’aveva previsto e già nel ‘700 aveva inventato il «parafulmine».
Invece di maledire il global warming, per evitare esondazioni di fiumi e torrenti, si possono costruire apposite barriere difensive dette «argini». E se i sindaci e le amministrazioni non ne costruiscono di affidabili, la colpa non è del liberismo selvaggio ma dell’acclarata incapacità dei suddetti.
Nelle città, per favorire l’assorbimento delle bombe d’acqua un tempo chiamate «temporali», si dovrebbe provvedere alla costruzione di apposite infrastrutture chiamate popolarmente «tombini».
Per evitare allagamenti e disastri bisognerebbe provvedere, a differenza di quello che capita a Roma, alla periodica ripulitura dei «tombini» da foglie e altri oggetti che possono ostruire il normale deflusso dei liquidi.
Insomma, i pericoli esistono, sarebbe inutile nasconderlo. Ma invece di allarmarsi oltremodo ogni volta che il servizio meteo annuncia bombe d’acqua, occorrerebbe predisporsi alla riparazione di «argini» e «tombini», senza arrendersi ai terrori sull’«emergenza pioggia», cominciando anzi a rimboccarsi fattivamente le maniche. Dell’impermeabile.
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