Mio figlio sta andando a Chiaramonte in questo inizio primavera luminoso

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Mio figlio sta andando a Chiaramonte. È una mattina di sole pallido e di cielo azzurro e luminoso di inizio primavera. E penso alla villa del paese, dove Bufalino andava nelle notti di agosto alle feste negli anni cinquanta ed era felice solo allora. La costa che vi si vede dall’alto col mare lontanissimo e la pianura accesa dal tepore inconsueto, il luccichio delle onde che si immaginano, le case disordinate e gli Iblei blu blu. L’aria che trema, il freddo nella piazza: un tempo, bambina, vi andavamo nelle domeniche di nebbia e di nevischio, con la pineta e il suo verde sottobosco. Il fitto degli alberi, il fumo dei camini, le poche persone in giro, uomini col tasco in testa, il ristorante famoso con la piccola sala calda e affollata, le pietanze di carne e un risotto rosso di ragù denso e di formaggio ragusano. Il vino schiumoso nei bicchieri ordinari, un cannolo alla fine, con la ricotta grumosa e rustica. E poi fuori ci stringevamo nei cappotti smilzi, andavamo da un calzolaio che ci faceva scarpe di coccodrillo e pitone lucido e scuro, una sciccheria da via Montenapoleone in un paese invece come scordato da tutto e dal tempo. Il nostro fiato che si addensava in nuvolette, il ritorno lungo i tornanti invasi dalla neve, l’altipiano pericoloso per la nebbia. Veniva poi un gran sonno. E il desiderio di ricevere anche solo un pensiero.