Sulla chiusura degli Ospedali Psichiatrici Giudiziari. Come sempre siamo impreparati

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Il 31 marzo è stata messa in atto la disposizione di chiusura degli OPG italiani (Ospedali Psichiatrici Giudiziari) che erano riservati a tutti i pazienti psichiatrici che hanno commesso reati, talvolta, anche molto gravi.
Questo rappresenta un passo ulteriore della riforma che aveva portato alla chiusura dei manicomi. La competenza è passata, o in via di passaggio, dal Ministero di Giustizia al Ministero della Salute, in pratica dalle strutture di detenzione alle ASP locali, che sembrano però ancora parecchio impreparate. Restano pertanto parecchi punti oscuri…

IL CHIARO
La maggior parte degli operatori della salute mentale (psicologi, psichiatri, educatori, infermieri e operatori vari del settore) è concorde nel ritenere che la chiusura degli OPG sia stato decisamente un bene per i degenti in quanto tali strutture non rappresentavano di certo un luogo di cura, ma piuttosto di detenzione.
Le immagini, che di tanto in tanto negli anni passati sono trapelate, facevano ritornare alla mente i vecchi lager a causa delle condizioni inumane e non adeguate a tale tipologia di utenza, per non parlare poi, in alcuni casi, dell’assenza di rispetto basilare delle norme igienico-sanitarie…
Naturalmente ciò che preoccupa attualmente è il destino di questi ex-internati, dato che l’apertura delle strutture alternative destinate a quei pazienti che hanno bisogno di supporto psichiatrico, ovvero le REMS (Residenze per l’Esecuzione delle Misure di Sicurezza) in cui vengono garantiti programmi terapeutici individualizzati, nella stragrande maggioranza dei casi, sono ancora in corso di apertura. Ma, soprattutto, ci sono ancora molta confusione e impreparazione di fronte al cambiamento effettivo delle stato delle cose…

LO SCURO
Ci sono, infatti, parecchi interrogativi e aspetti oscuri che sono fonte di preoccupazione e che al momento vengono vagliati, ma cui nessuno riesce ancora a fornire soluzioni o risposte certe.

– In primo luogo, non si è capito bene, appunto, dove finiranno molte di queste persone nel periodo di transizione tra chiusura deffettiva di tutti gli OPG e attivazione delle REMS.

– Poi c’è da dire che i numeri non corrispondono: se è previsto che molti ritornino a casa propria, ci si chiede come mai fino ad ora fossero ancora “internati” negli OPG. E, soprattutto, preoccupa l’idea che le alcune “dimissioni” siano state accelerate proprio data l’attuale necessità improrogabile.
Ci si chiede, quindi, chi e cosa possa tutelare la popolazione e, soprattutto, gli stessi ex-detenuti.

– Un altro dei timori principali è che, non avendo gli strumenti per poter discernere, la maggioranza della popolazione faccia confusione tra i pazienti psichiatrici “comuni” e i “pazienti psichiatici giudiziari”, cioè quelli che hanno per esempio commesso atti di violenza talvolta inaudita.

– Di conseguenza, la paura è che le REMS vengano lentamente trasformate in piccoli OPG in miniatura, di certo più gestibili rispetto ai vecchi, dati i numeri massimi di ospiti presenti al loro interno (20 al massimo). 

– Ancora: le REMS dovrebbero rappresentare una tappa intermedia, prima di far passare il paziente alle strutture a bassa intensità di cura e, infine, alla società. Il timore degli esperti del settore (psichiatri in primis) ha a che fare con le modalità di “controllo” della sicurezza intanto all’interno delle stesse REMS e poi, una volta frmate le dimissioni, al rientro al proprio domicilio…

Espresse tutte queste perplessità, sarebbe anche carino conoscere l’opinione, da un lato, dei pazienti psichiatrici giudiziari stessi e, dall’altro, di quelle persone che sono state vittime, in modo diretto o indiretto, di forme di violenza da parte di tali pazienti gravi.