Modica, episodi di violenza a San Paolo. Ma sulla prevenzione qualcuno si è distratto

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Un quartiere del centro storico di Modica – quello di San Paolo, dietro Piazza Matteotti – teatro di scontri e di risse tra un gruppo di immigrati (pare tunisini) e un gruppo di giovani modicani. I residenti protestano, il sindaco chiede la riunione del Comitato per l’ordine pubblico. Polizia, Carabinieri e Vigili urbani mettono la zona quasi sotto assedio, ma le sortite violente continuano. Stando a quello che riferiscono gli abitanti del rione, questi episodi sono la logica conclusione di una serie di situazioni che, in passato, sono rimaste circoscritte e nell’ombra. Fino ad esplodere quando un ragazzo modicano sarebbe stato aggredito da alcuni immigrati che abitano nel quartiere: il ragazzo avrebbe sorpreso un giovane di colore che cercava di forzare la portiera di un’auto. Questa, almeno, la versione ufficiale. Ma c’è qualcosa di più? Forse la droga e, quindi, il controllo di una “piazza” che fa gola, contemporaneamente, a due o più gruppi di spacciatori? Saranno le indagini a stabilirlo. Certo è che la paura di un quartiere sembra aver contagiato gran parte della comunità locale e Modica rischia di essere etichettata come “città violenta”. Una definizione che abbonda sui media, come se fosse in atto una sorta di guerra di mafia. Non sottovalutiamo, è chiaro, un fenomeno che va stroncato sul nascere e bene fanno le forze dell’ordine ad intervenire in maniera decisa. E’ lecito, però, porsi qualche interrogativo, fare alcune riflessioni a voce alta.

Che ci siano – a Modica come in tutte le città – delle zone da attenzionare, è evidente. Che queste zone – e le persone che le frequentano o ci abitano – siano note alle forze dell’ordine è altrettanto evidente. E, allora, viene da chiedersi: perché la preziosa attività di informazione di Polizia e Carabinieri non è proseguita e non è sfociata in misure preventive che avrebbero certamente evitato gli ultimi, allarmanti episodi? Qualcuno ha sottovalutato la situazione o non ci sono stati uomini e mezzi sufficienti per scoraggiare attività malavitose? E, inoltre, perché non è stata ancora riattivata quella telesorveglianza che, alcuni anni fa, costituiva un deterrente anche agli atti vandalici? L’amministrazione comunale di Modica avrebbe dovuto essere più lungimirante e programmare – prima di feste e sagre – appuntamenti più importanti per i cittadini. E potrebbe essere più attenta, pure, su un fenomeno che è facilmente controllabile: quello delle case (quasi sempre catapecchie) date in affitto a immigrati per cifre scandalosamente alte. Crediamo che anche questo influisca sulla mancata integrazione di alcuni stranieri con la comunità locale e sui contrasti con gruppi di modicani. Quando, poi, si innescano meccanismi di microcriminalità o, addirittura, malavitosi, le cose si complicano e sfociano in fenomeni più difficilmente controllabili.

Ma, forse, poco lungimiranti sono stati anche prefetti, questori, magistrati e politici di turno che si sono fidati troppo del vecchio e rassicurante adagio della “provincia babba” e dell’isola felice. Crediamo, a questo proposito, di non avere registrato serie proteste e, tanto meno, fatti concreti sulle emergenze del territorio, non solo modicano: l’arrivo continuo di immigrati a Pozzallo; il sindaco di Scicli indagato per concorso esterno in associazione mafiosa e il Consiglio comunale a rischio scioglimento; la chiusura di alcune stazioni dei Carabinieri; gli organici delle forze dell’ordine sempre più esigui; i flussi di denaro e la loro gestione per il porto di Marina di Ragusa; l’attività del porto di Pozzallo e il pericolo di facili infiltrazioni dall’estero e dalle aree contigue anche per l’approvvigionamento di sostanze stupefacenti; l’accorpamento del Tribunale di Modica (con una Procura giudicata, da qualcuno, troppo attiva) a quello di Ragusa con la mancanza, nella parte orientale della provincia, di un fondamentale presidio di legalità; gli attentati incendiari e le intimidazioni ad alcuni giornalisti. Segnali che avrebbero dovuto fare scattare tanti campanelli di allarme a cui, invece, è stata messa la sordina. Non abbiamo sentito, ad esempio, nessun magistrato del Tribunale di Ragusa denunciare l’eccessiva mole di lavoro derivata dalla soppressione del Tribunale di Modica e della sezione staccata di Vittoria. A differenza di quanto avvenuto in Piemonte dove i presidenti di un paio di Tribunali provinciali hanno lamentato l’impossibilità di garantire tempi ragionevoli per i processi con l’arrivo dei fascicoli provenienti dalle sedi soppresse, paventando il rischio di decine di prescrizioni. Il territorio, insomma, non sembra essere stato difeso a dovere nelle sue componenti fondamentali e i fenomeni delinquenziali hanno avuto spazi in cui inserirsi con una certa facilità. L’appellativo di “città violenta” (per Modica come per altre realtà), se ha questa genesi, non ci sembra né corretta, né appropriata. Si è ancora in tempo per riportare alla normalità che ci è stata consegnata dai nostri padri un territorio che, in fondo, ha bisogno soltanto di minori “distrazioni” da parte di chi ha il dovere di difenderlo. Ma, anche, di meno luoghi comuni, tanto rassicuranti ma poco efficaci.