Italo e gli altri

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Sulla tomba di Italo

Sulla stampa cittadina, negli ultimi mesi si sono spesi fiumi d’inchiostro a proposito del fenomeno randagismo e delle soluzioni purtroppo insufficienti adottate dalle amministrazioni.

All’ordine del giorno sono anche le polemiche sulla gestione del Rifugio sanitario comunale di Ragusa. Il 30 gennaio il Comune di Ragusa ha approvato il progetto “Adotta un cane”, con cui si invogliano i cittadini ad adottare i cani ricoverati presso la struttura Dog Professional e il Rifugio sanitario comunale attraverso un contributo di 200 euro una tantum e onnicomprensivo.
Provvedimenti analoghi sono già stati presi da altri comuni della provincia, nel tentativo di far fronte al sovraffollamento delle strutture di ricovero dei cani rinvenuti sul territorio e di ridurre gli ingenti costi che gravano sulla spesa pubblica per il loro mantenimento.

Ma l’attenzione al problema ha carattere nazionale.
Il 29 gennaio sulle pagine on line “Le Inchieste” di Repubblica-L’Espresso è apparso un lungo e approfondito dossier di Margherita D’Amico intitolato La lobby del randagismo, che esordisce con la domanda: “Qualcuno sa spiegarci perché il randagismo seguiti a essere una piaga della società contemporanea?”.
La risposta di D’Amico è che, sebbene già nel lontano 1991, con la legge 281, il legislatore abbia previsto il controllo delle nascite, di fatto le sterilizzazioni vengono praticate con poca convinzione.

L’inchiesta è di grande interesse non solo perché, per una volta, traduce in dati numerici il fenomeno, ma soprattutto perché ha il merito di leggerlo sotto i suoi diversi aspetti, primo tra tutti quello del giro di affari, talvolta illeciti, sotteso alla cattura, ricovero, mantenimento e trasferimento dei randagi, “merce vivente” su cui lucrano in molti, troppo spesso a discapito del benessere degli animali.

Sotto accusa anche alcune associazioni animaliste, che dell’amore per i cani hanno fatto una fonte di lauti guadagni. Ovviamente si tratta di eccezioni, a fronte del lavoro serio e appassionato della grande maggioranza di coloro che cercano di far fronte ai problemi con le proprie risorse personali ed economiche.

Ma torniamo a Italo.
Il film di Alessia Scarso racconta, sia pure in tono favolistico, le vicende reali del cane adottato dal comune e dalla cittadinanza di Scicli per i suoi tanti meriti di buon cittadino a quattro zampe.
La premessa da cui parte la storia è che, grazie a Italo, l’antica alleanza tra uomo e cane, spezzata dai fatti terribili verificatisi negli stessi luoghi poco tempo prima, trova nuova linfa vitale. I fatti cui si fa riferimento sono chiaramente le ripetute aggressioni a persone da parte di un gruppo di cani avvenute in contrada Pisciotto, che hanno portato, il 15 marzo 2009, alla tragica morte di un bambino di Modica.
Nel film il riferimento è implicito e, come il resto della storia, soggiace alle scelte stilistiche della regista, tant’è che a un certo punto compare pure un barbuto “uomo dei cani” che intimorisce i bambini e ha le fattezze di un orco. Ma ciò che qui mi importa sottolineare è che, se il film ha se non altro il merito di aver portato all’attenzione di un vasto pubblico una vicenda bella e commovente, ha forse perso l’occasione di uscire dal binarismo fallace del cane buono versus il randagio cattivo, riproponendo uno stereotipo che tarda a essere superato.
Tralasciando i diversi significati che possono annidarsi dietro a questa contrapposizione, dal punto di vista di un’educatrice cinofila appassionata di etologia l’argomento necessita di essere riconsiderato.

La paura di tante persone verso i randagi che vivono ai limiti o dentro gli spazi urbani fa il paio con l’amore morboso di altrettante persone verso i loro animali da compagnia. Due sentimenti, questi, che nelle loro manifestazioni più estreme rivelano quanto poco il senso comune sia illuminato da una corretta informazione e da una sana consapevolezza.

I dati economici confermano questa diffusa schizofrenia: da una parte l’enorme spesa pubblica per far fronte al problema randagismo e il correlato giro di affari in capo a soggetti privati (secondo i rapporti zoomafie della Lav-Lega antivivisezione, citati nell’inchiesta di D’Amico il randagismo frutterebbe 500 milioni di euro l’anno), dall’altra la spesa dei possessori di animali domestici (cani o gatti) che, secondo i dati forniti dalla stessa inchiesta (Rapporto Eurispes 2014), per quasi la metà di loro oscilla dai 30 agli oltre 300 euro mensili – e quattro italiani su dieci hanno un animale domestico.

Queste cifre, e gli opposti atteggiamenti che vi sottostanno, dovrebbero interrogarci a fondo sui termini della nostra attuale relazione con il miglior amico dell’uomo.
Qual è lo statuto del cane nella nostra società?
Quali prerogative, diritti e libertà riconosciamo oggi ai più antichi compagni dell’essere umano nella storia dell’evoluzione?

Sembrerebbe esistere una discrasia insanabile tra il nostro cane di casa, spesso trattato come un membro della famiglia e addirittura umanizzato, e il cane di strada, avvertito per lo più come una minaccia, un intruso dai tratti selvatici nel nostro mondo civilizzato. Eppure un cane è un cane. Per quanto non socializzato con le persone o semiselvatico, il randagio che compare nelle nostre città è pur sempre l’erede di cani con un recentissimo passato a contatto con gli umani.

Per la grande maggioranza, infatti, i randagi, o cani liberi come preferirei chiamarli, sono il frutto di abbandoni o del mancato controllo delle nascite di cani che vivono in campagna, in una relazione di mutualismo con gli esseri umani (guardia alla casa o al bestiame). La disponibilità a una relazione con le persone è inscritta nel loro DNA.

Ma allora a cosa si devono i frequenti casi riportati dalla cronaca di comportamenti aggressivi, o ritenuti tali, da cui nascono le fobie collettive? E qui veniamo ai nodi della questione.

Da un lato una disinformazione sui fatti che tende a fare di tutta l’erba un fascio. La grandissima maggioranza delle aggressioni verso le persone non avviene da parte di randagi semiselvatici, che anzi, solitamente, si guardano bene dall’avvicinarsi agli umani proprio per la loro indole. Gli stessi cani del Pisciotto non erano propriamente dei randagi, ma orbitavano attorno a un’abitazione, e casi come quello avvenuto nel 2009 possono definirsi, più che rari, eccezionali. Ed è di pochi giorni fa (30 gennaio) la notizia di un cane di proprietà che, sempre a Scicli, ha morso una bambina a un piede, fortunatamente senza conseguenze gravi.

Dall’altro una diffusissima mancanza di conoscenze adeguate riguardo a una corretta e rispettosa relazione con il cane, troppo spesso data per scontata.
E proprio qui sta il punto. Conoscerlo e sapersi relazionare correttamente con lui, in casa propria come negli spazi delle nostre città, è la base di quella felice convivenza che ha una storia millenaria ma che necessita di essere riesaminata nel tempo attuale, alla luce delle trasformazioni significative avvenute negli ultimi decenni nel nostro modo di allevare, crescere e trattare i cani.

Per questo sono auspicabili rinnovati sforzi verso una buona educazione non solo dei nostri cani, ma anche di noi umani verso di loro.